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Fino all’ultimo passo #storie

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Piero e Arturo erano amici da sempre, da che entrambi ne avessero ricordo. Erano stati compagni di gioco, prima, di lavoro e di guerra poi, attraversando i primi difficili anni delle loro vite, forti di un’unica certezza: la loro grande amicizia. Poi, in guerra, Arturo era stato fatto prigioniero e di lui, Piero, non aveva più avuto notizie. Mai un solo giorno, però, aveva smesso di pensare al suo amico di sempre.

Erano passati più di quarant’anni e un’altra guerra quando, una mattina, due anziani del paese giurarono di aver visto Arturo vagare smarrito per le campagne. Certo di tempo ne era passato, ma entrambi si dissero convinti che quell’uomo fosse il loro vecchio compaesano scomparso. Più volte lo avevano chiamato. Lui, però, non aveva risposto.

Quella mattina Piero non aveva esitato un solo istante, era montato sulla sua vecchia Bianchi e aveva preso a pedalare.

Pedalava, e più forte p...

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Un valzer sotto il glicine in fiore #storie

IMG_6202Vista da quella panchina la vita appariva esattamente per quello che era: il costante incedere del tempo che trasformava i secondi in minuti, ore, giorni, rendendo vano ogni tentativo di arrestare la sua marcia in un momento di assoluta perfezione.

Eppure, ultimamente, Giovanni aveva come l’impressione che qualcosa, in quel meccanismo così perfetto, avesse cominciato a far difetto. Perché i minuti, le ore, i giorni avevano preso ad avvicendarsi in maniera così pigra? Cosa rallentava la quotidiana corsa del sole nel cielo, dal sorgere al tramonto, rendendo le giornate così terribilmente eterne?

Rosa si curvò su di lui, gli scostò i capelli dalla fronte e vi appoggiò leggera le labbra, in quel gesto di commiato che era loro ormai da 47 anni a questa parte. “Io vado Ninì” diceva sempre “mi aspetti qui?”

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Che poi mi chiedono perché scrivo

Avrei parecchie persone da ringraziare in questi  giorni e, con un po’ di tempo, loro farò personalmente, promesso.

Qui, oggi, voglio invece dire grazie a una persona speciale, una delle poche in grado di distrarmi veramente in questo periodo.

Qui, oggi, voglio dire grazie a Milo.

Milo è un ragazzino di 13 anni che vive nella mia testa (tutto a posto, non preoccupatevi, poi migliora, eh).

Milo, dicevo, è un ragazzino di 13 anni che sta per assistere alla fucilazione del padre (migliora, davvero, anche se ora magari non sembra), colpevole di aver ucciso un soldato nemico.

Mi chiamo Emilio Zambon, ho tredici anni e a mezzogiorno in punto i tedeschi fucileranno mio padre.

Il paese intero, o almeno quello che ne rimane, è sceso in piazza per assistere all’esecuzione. Da mesi non si vedevano tanti civili riuniti alla luce del sole. Mamma dice che così dimostriamo la nostra indignazione. È convinta che, se li guardiamo dritti negli occhi, non oseranno farlo davvero. Io dico che il coraggio di guardarli magari lo trovo pure. Loro però, secondo me, papà lo fucilano lo stesso.

Il plotone è pronto a fare il suo ingresso nella piazza. Dodici soldati semplici e il loro caporale. Tutti con la stessa divisa, gli stessi stivali di cuoio, il fucile imbracciato alla stessa maniera. Lo stesso sguardo più di tutto. Vuoto. Come se non rimanesse poi molto da guardare.

Alle nostre spalle la grande torre della chiesa, da giorni priva delle campane, sta ritirando la sua ombra verso di sé. Quando non resterà che una piccola macchia scura stesa ai suoi piedi, sapremo tutti che è arrivato il momento.

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