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Una di queste mattine

Pellegrini

Una di queste mattine mi alzo prima dell’alba e aspetto il sole ridendo.

Una di queste mattine faccio yoga visualizzando una famiglia di delfini che nuota lenta fino all’orizzonte. Dice che funziona.

Una di queste mattine mi sveglio gazzella e aspetto il leone. Cazzo vuoi, leone? Gira alla larga, tanto da qui non mi muovo.

Una di queste mattine chiamo papà e gli dico dritto per dritto quanto lo amo. Anzi, una di queste mattine prendo la macchina e glielo vado a dire viso a viso. Mi stringo forte a me
quei 45 chili di gentilezza e sfinimento, fregandomene delle convenzioni di famiglia. E, chissà, magari lo faccio felice.

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Il giocoliere #storie

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Facevo la spola tra i terminal dell’aeroporto e la redazione del giornale ormai da settimane. Dentro e fuori dalle file al check-in. Io e la mia ventiquattrore semivuota, il bavero alzato e il Borsalino pronto a nascondere lo sguardo furtivo. Un moderno Humphrey Bogart in cerca dello scoop.

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Fino all’ultimo passo #storie

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Piero e Arturo erano amici da sempre, da che entrambi ne avessero ricordo. Erano stati compagni di gioco, prima, di lavoro e di guerra poi, attraversando i primi difficili anni delle loro vite, forti di un’unica certezza: la loro grande amicizia. Poi, in guerra, Arturo era stato fatto prigioniero e di lui, Piero, non aveva più avuto notizie. Mai un solo giorno, però, aveva smesso di pensare al suo amico di sempre.

Erano passati più di quarant’anni e un’altra guerra quando, una mattina, due anziani del paese giurarono di aver visto Arturo vagare smarrito per le campagne. Certo di tempo ne era passato, ma entrambi si dissero convinti che quell’uomo fosse il loro vecchio compaesano scomparso. Più volte lo avevano chiamato. Lui, però, non aveva risposto.

Quella mattina Piero non aveva esitato un solo istante, era montato sulla sua vecchia Bianchi e aveva preso a pedalare.

Pedalava, e più forte p...

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Figliolo caro #storie

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Figliolo caro, questa mattina sono stato risvegliato da un fruscio delicato, un battito d’ali leggero ma insistente, che si è placato solo quando ho deciso di alzarmi per vedere di cosa si trattasse. Lentamente, per non svegliare mamma, mi sono accostato alla finestra e ho dischiuso le imposte per sbirciare fuori. Non albeggiava ancora, ma nel buio mi è parso di distinguere qualcosa. Ho strizzato gli occhi per vedere meglio. Una rondine se ne stava impettita, appoggiata al comignolo della casa di fronte. Sembrava mi fissasse, anche se non sono certo potesse vedermi davvero. Eppure non accennava a staccare lo sguardo dalla nostra finestra.

Siamo rimasti così, immobili, finché il suo petto bianco ha iniziato a risplendere alle prime luci del mattino. L’alba ha scoperto ai miei occhi il suo sguardo confuso e smarrito. Che la giovane rondine si fosse perduta? Che fosse in attesa di qualcuno che venisse a cercarla? Che la piccola stesse chiedendo aiuto proprio a me?

Figliolo caro, non sai che pena ho provato nel rendermi improvvisamente conto di quanto sia tremendo trovarsi soli, a chissà quanti chilometri dai propri affetti.

È forse questo che provi tu, di tanto in tanto? Succede mai che lo smarrimento prenda il sopravvento sul quotidiano scorrere degli eventi? Per me è così, anche se a tua madre non lo dico mai. E so che lo stesso è per lei.

Dove ti tro...

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Un valzer sotto il glicine in fiore #storie

IMG_6202Vista da quella panchina la vita appariva esattamente per quello che era: il costante incedere del tempo che trasformava i secondi in minuti, ore, giorni, rendendo vano ogni tentativo di arrestare la sua marcia in un momento di assoluta perfezione.

Eppure, ultimamente, Giovanni aveva come l’impressione che qualcosa, in quel meccanismo così perfetto, avesse cominciato a far difetto. Perché i minuti, le ore, i giorni avevano preso ad avvicendarsi in maniera così pigra? Cosa rallentava la quotidiana corsa del sole nel cielo, dal sorgere al tramonto, rendendo le giornate così terribilmente eterne?

Rosa si curvò su di lui, gli scostò i capelli dalla fronte e vi appoggiò leggera le labbra, in quel gesto di commiato che era loro ormai da 47 anni a questa parte. “Io vado Ninì” diceva sempre “mi aspetti qui?”

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Perché scrivo. Ovvero, perché scrivo?

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Quando ho iniziato a frequentare il corso di scrittura ero troppo preoccupata a sprimacciare il mio sogno per chiedermi cosa sarebbe successo poi. Sapevo che la fase iniziale mi avrebbe vista alle prese con i miei enormi limiti, con i tanti difetti, con le lacune e le piccole e grandi ingenuità.

Sto imparando tantissimo. Mi esercito molto, faccio tutto quello che mi viene detto, accetto di buon grado le critiche e provo a ricostruire partendo proprio da queste. Il fatto, però, è che credo di aver dato per scontato che alla prima fase ne sarebbe seguita una seconda in cui i limiti sarebbero stati superati, i difetti corretti e le ingenuità eliminate.

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