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Swim Slow, Think Fast

Io e Kamà ci siam fatti la cricca in piscina. Abbiamo monopolizzato una corsia adibendola allo slow swim, nuova disciplina che contiamo di far approdare alle Olimpiadi nel più breve tempo possibile.

Oltre i due presidenti onorari (io e lui) abbiamo arruolato Anna, un’amabile sciura sulla settantina che si è dimostrata da subito un elemento prezioso per la squadra. Anna indossa cuffie anni ’50 (di quelle con i fiori in rilievo), orecchini di perle che non toglie mai (me lo ha confidato lei) e pratica lo stile rana prima del trapasso in maniera del tutto impeccabile. Ci dà molte soddisfazioni, devo dirlo.

Quarto elemento della squadretta, anche se lui ancora non lo sa, è un giovane cinese che per comodità chiameremo Hu (qui per le spiegazioni)...

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E poi un giorno mi è successo Kamà

Come ho già ampiamente spiegato, l’obbligo di andare in piscina mi è caduto tra capo e collo come una vera punizione. Ho odiato profondamente ogni vasca, ogni minuto passato in acqua, ogni giorno che sono tornata a casa con l’odore di cloro impregnato addosso. Finchè un giorno è successo qualcosa. Un giorno mi è successo Kamà.

Kamà (al secolo Kamar o Quamar o Chamar o Xamar, non ho ben capito e sinceramente mi sono arresa al terzo spelling sebbene lui sia andato avanti a sparar vocali e consonanti per cinque minuti buoni, deducendo forse dal mio sguardo ebete che non ne avevo capita mezza e accettando poi di buon grado che io continuassi a chiamarlo Kamà, d’altra parte lui mi chiama tipo Balera o Balena). Dicevo, Kamà ha 56 anni e 8 figli (eight? ma sei sicuro? và che eight in ita...

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E Lui mi pare che annuisca

E dunque prosegue la mia avventura in piscina. Ahi quante soddisfazioni, ragazzi!

Sono stata promossa al dorso (o retrocessa, non saprei, devo ancora appurare). E se prima andavo lenta, ma così lenta che solo un occhio estremamente allenato avrebbe potuto notare i miei spostamenti, ora sono proprio immobile.

I miei compagni mi temono. Migrano verso vasche migliori alla velocità della luce, ancora prima che mi tolga l’accappatoio. Io però mi impegno, eh. Davvero.

Prendete l’altro giorno, ad esempio. Visto che a dorso solo gambe sfioro forse i 25 metri orari, mi sono detta: Qua ci vuole una bella spinta. Proprio come fanno i campioni alle olimpiadi: un bello slancio e via che si arriva a metà vasca. E allora pronti, mani sul bordo, gambe rannicchiate e… sdeng! Craniata contro la scaletta...

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Strategia anti-gobba, primo round

E dunque, come vi dicevo, causa una serie combinata di acciacchi alla schiena, unitamente alle previsioni di gobba imminente (che bei momenti, eh), sono stata costretta alla piscina forzata. Due volte la settimana. A tempo indeterminato. Un castigo.

Che poi, mettetemi due acquascivoli, qualche bolla e un bel lettino per prendere il sole e già ne possiamo parlare. Ma le vasche. No, le vasche no.

Pare però che la mia schiena abbia bisogno proprio della forma più mortalmente noiosa del nuoto. Quella che ti fai le vasche su e giù senza metterci niente di tuo: stile libero, tavoletta, solo gambe. Cioè, manco una piccola variazione sul tema, che so, due bracciate di mia iniziativa. No. Zitta e muta avanti e indietro. E va bè.

Ora, poiché sono di nascita un’inguaribile ottimista, ligia al m...

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Vi confido un segreto

Da sempre ho una tendenza piuttosto immotivata e decisamente incontrollabile a confidare le mie preoccupazioni soltanto nel momento in cui queste… non mi preoccupano più.

Faccio così ogni volta che sono spaventata per qualcosa che mi riguarda: mi rinchiudo nel più drastico silenzio stampa. E più la preoccupazione è grande, più il silenzio è totale. E più ci si avvicina al momento della verità, meno parole escono da questa bocca.

Passata l’ansia, poi, è tutto un messaggiare, telefonare, cinguettare.

Sai, sono stata molto preoccupata nei giorni scorsi. Ora è passata, ma se vuoi ti racconto il perché.

A questo punto il mio interlocutore può formulare solo due tipi di pensieri:

Epperchecavolo non me lo hai detto prima? (se mi vuole molto bene ed è sinceramente interessato alla...

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