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L’annosa questione del “tu da che parte stai” e la diffusa pratica delle spallucce

Quando mi chiedono Ma tu da che parte stai? fatico sempre a rispondere. Ho sempre creduto nella libertà d’opinione, nella capacità di cambiare idea, ma soprattutto nel rispetto del pensiero altrui. Anche quando non lo comprendo. Anche le volte che non lo condivido. Così mi hanno insegnato a fare i miei genitori. Così provo a fare io.

Cerco sempre di capire le motivazioni che alimentano un’opinione. Anche quando questa diventa cieca convinzione o estrema presa di posizione, che non ammette repliche. Non sempre ci riesco. Ma almeno ci provo. Mi metto in dubbio e vado in crisi almeno una volta al giorno. Non so se questo sia davvero funzionale alla crescita e all’apertura verso il prossimo. Di certo è funzionale alla perdita di sonno e di serenità. Ma tant’è.

Quando mi chiedono Ma tu da che parte stai? tento sempre di motivare la risposta. Se la risposta non è motivata forse non ho ancora preso una parte. O forse semplicemente reputo non ci siano parti da prendere, ma solo opinioni da condividere. Nell’uno e nell’altro senso. Mancanza di personalità? Idee poco chiare? Non credo. Ma meglio dell’arroganza di spacciare la propria come verità assoluta, no?

Quando mi chiedono Ma tu da che parte sta...

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