Al di là del nero

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Qualche tempo fa ho avuto l’immensa fortuna di conoscere l’Istituto Pio XII di Misurina, dove un gruppo di persone meravigliose si prende cura dei loro piccoli pazienti malati d’asma. Il resoconto dell’incontro lo trovate su Mammaimperfetta, grazie alla quale ho potuto vivere quest’incredibile esperienza.

Quei giorni sono stati speciali per molti motivi. Perché ho conosciuto persone straordinarie come suor Vincenzina e il dottor Boccaccino, perché ho potuto vedere con i miei occhi il lavoro incredibile che fanno e quanto amore ci mettono, ma anche perché, da pochissimi giorni, avevo scoperto di aspettare la Sorellina.

Potete immaginare il carico emotivo che mi sono portata dietro nel bel mezzo delle Dolomiti e come il ricordo di quei giorni mi si sia appiccicato addosso in  maniera indelebile. Sono stati momenti forti che mi hanno toccata nel profondo.

Una cosa bellissima è nata in quei giorni e oggi vorrei condividerla con voi.

Da qualche tempo provavo a scrivere, senza risultati, un nuovo racconto. Si avvicinava la scadenza per la consegna degli elaborati per il Concorso letterario indetto dall’Associazione Milanosud, al quale partecipo da qualche anno. Ci tenevo a essere presente anche quest’anno eppure non riuscivo a fissare niente di buono sulla carta.

Poi una sera suor Vincenzina ci ha riuniti intorno a lei, una tazza di camomilla fumante tra le mani, e ha iniziato a raccontarci alcune delle storie dei suoi ragazzi, i ragazzi di Misurina.

Quella sera per me è stato subito chiaro che il mio nuovo racconto avrebbe dovuto parlare di lei, di loro e di questa incredibile realtà. Quella sera è nato il racconto “Al di là del nero” e oggi, con un po’ di emozione, mi piacerebbe condividerlo con voi.

Qui trovate un piccola descrizione della raccolta che contiene il mio racconto, in vendita presso la sede dell’Associazione Milanosud.

Un grazie di cuore a suor Vincenzina e al dottor Boccaccino per essere stati per me un esempio e un’ispirazione così grandi.

A tutti voi grazie se vorrete leggere questo racconto.

Misurina

Al di là del nero

Pedalo, con tutte le mie forze e senza sosta. L’aria fredda del mattino si è fatta via via meno pungente e il sole ha finalmente preso in cielo il posto della luna. Uno scampanellio disordinato riecheggia in tutta la vallata, segno che gli animali stanno già raggiungendo il pascolo. Seguo con lo sguardo la luce che a poco a poco illumina i prati svegliando gentilmente i fiori dalla notte. Uno spettacolo incantevole, anche se lo hai già visto mille volte.

Pedalo duro, sì e per la prima volta, da che ne ho ricordo, non sono a corto di fiato.

Devono essere passate ore da quando ho lasciato l’istituto. Questa mattina, prima dell’alba, ho attraversato la camerata, letto dopo letto, tastando i piedi di metallo fino a raggiungere la porta. Ho ascoltato per qualche istante il silenzio interrompersi ritmicamente: fischio, risucchio, apnea. Il solito concerto di strumenti male accordati, al quale mancavo solo io.

Ho raggiunto l’ingresso, la sacca in spalla, le scarpe in mano per non fare rumore. Ho preso fiato e aperto il portone, lasciando a quell’aria pungente e rarefatta il permesso di baciarmi la fronte, le guance, la bocca. Ho allargato le braccia, serrato le palpebre, respirato a fondo.

In un attimo ho sentito migliaia di aghi penetrarmi le narici, pizzicarmi la gola, tuffarsi giù lungo la trachea e fino ai polmoni, in un’apoteosi di brividi che mi ha risvegliato i sensi. Sono rimasto lì, con gli occhi chiusi. E, per una volta, il nero che inghiottiva il mondo non mi ha fatto paura.

“Dove pensi di andare, ragazzino?”

All’improvviso una voce familiare mi ha preso alle spalle. Cazzo, la suora mi ha beccato.

“Esco a fare un giro in bici, Angelina, torno presto, lo prometto” ho detto girando solo mezzo busto per rendere chiaro l’intento di non tornare sui miei passi.

Lei si è aggiustata una ciocca di capelli che le sfuggiva dal velo e ha posato su di me quello sguardo materno e severo che mi ha aiutato a diventare grande.

“Nu fa al prumessi da mariner!” ha detto, sventolandomi l’indice ossuto davanti al naso. “Ti aspettiamo per colazione”.

Suor Angelina è la nostra mamma e il nostro papà. Almeno fintanto che restiamo confinati qui. Lei firma pagelle e brutti voti, controlla denti e unghie, che tutti dicano le preghiere prima di andare a letto e nessuno resti a chiacchierare sotto le coperte fino a notte fonda. Dispensa abbracci e strigliate con la stessa generosità e sa intuire i pensieri dei suoi piccoli malati al primo sguardo.

Malati sì, questo siamo. Anche se lei così non ti ci tratta mai. Ha il cuore cattolico e il sangue romagnolo, un’abbinata pazzesca a dirla tutta. E dell’abito scuro, o del perché ti trovi qui, a volte ti scordi sul serio.

Una volta Angelina ci ha radunati in riva al lago, ha distribuito il pranzo al sacco, indicato le Tre Cime di Lavaredo, e ha iniziato a camminare. Dovevate vederla quella suorina tutta ossa, con gli scarponi da montagna e il velo in testa, che ci incitava a seguirla verso i monti.

La passeggiata non era molto impegnativa, a dire il vero, ma per noi ragazzini dal fiato corto, che diventiamo paonazzi in volto dopo pochi passi, quella fu un’impresa da ricordare.

Quando arrivammo abbastanza in alto, ci soffermammo a guardare il panorama sotto di noi. Una sensazione così non l’avevo provata mai prima d’allora. Era come guardare la vita dall’esterno e quello che vedevo non era affatto male. Lontano il sole illuminava la porta dell’istituto emanando un bagliore intenso tutt’intorno. Era nera quella porta. Eppure ricordo che, quel giorno, pensai che la vita che nascondeva non mi pareva più altrettanto nera.

Quando arrivai a Misurina avevo poco più di undici anni e la mia vita, fino ad allora, era stata un film in bianco e nero: il bianco dei camici e il nero che si mangiava il mondo intorno, ogni volta che perdevo i sensi.

Asma grave. Questo era il fardello che mi portavo addosso fin da bambino, finché un medico ci parlò di quel posto dove l’aria era così magica da far guarire anche i casi più difficili.

Fu così che, una mattina di novembre, ci ritrovammo davanti all’istituto e alla sua porta nera. Mi assegnarono un letto in camerata e un armadio dove mia madre ripose con cura le mie cose. Per l’intera giornata i miei avevano stretto mani raccomandando a tutti il loro bambino. Poi venne il momento dei saluti. Mio padre mi diede una pacca sulla spalla e mi scompigliò i capelli. Le mani gli tremavano, così come la voce. “Fatti valere, giovanotto” mi disse, evitando che i nostri sguardi s’incrociassero, e si avviò verso la porta. Mia madre invece, in lacrime già da un pezzo, non riusciva a smettere di parlare.

E “mangia che sei tutto pelle e ossa” e “fa quello che dicono i dottori” e “verremo a trovarti tutti i fine settimana”. Non fu così, purtroppo, ma mamma non poteva certo saperlo, che quando qui in inverno nevica duro, raggiungere l’istituto è impossibile per settimane intere. Ero arrabbiato e tutto mi faceva schifo. Schifo la vita che mi aveva dato quel corpo difettoso, schifo i miei genitori che mi avevano abbandonato in quel posto in mezzo al nulla, schifo i miei compagni che si erano arresi a quella vita da schifo.

Nero. Era tutto nero, dentro e intorno a me.

Poi però venne la primavera. Iniziavo a fare amicizia con gli altri ragazzi e, di quando in quando, sostituivo il broncio con qualche sporadico sorriso. Le crisi si facevano più rare e respirare non mi pareva più un’impresa tanto eccezionale.

La sera della finale di Champions, Angelina ci diede il permesso di guardarla in tv. Eravamo così felici di poter sforare il coprifuoco che non osavamo fare chiasso per paura che ci mandassero a dormire. E poi, sul 2-0 di Milito, la suora balzò in piedi e prese a correre per il corridoio urlando a squarciagola goooal! Le braccia al cielo, il velo al vento, mentre i più piccoli si lanciavano in corsa dietro di lei.

Che forza questa suorina, pensai quella sera. E il nero divenne via via un po’ meno intenso.

***

Doveva essere una semplice passeggiata lungo lago, così solo per ricordarmi che ora posso farlo. Prendere la bici e andare. Pedalare, senza paura di dover tirare fuori il ventolin ogni cento metri.

Pedalo. Respiro e pedalo. Ogni tanto porto una mano al petto, per controllare che lì dentro tutto funzioni al meglio. Stacco le mani dal manubrio, allargo le braccia e chiudo gli occhi. Per anni ho avuto paura del nero che si prendeva la mia vita, ogni volta che il respiro mi veniva a mancare. Il nero non mi fa più paura oggi, perché ora so che posso attraversarlo.

All’istituto saranno ormai già tutti svegli. Tra poco la mensa inizierà a riempirsi di voci chiassose e camici bianchi, seduti uno accanto all’altro, proprio come una famiglia, a inzuppare nel caffelatte i biscotti di suor Angelina che, onestamente, cosa più buona al mondo non c’è.

“Torno presto Angelina, non ti preoccupare”. Rileggo, sorrido e premo invio.

So che si arrabbierà moltissimo e minaccerà di andare dal direttore a spifferare tutto. “Pori matt! Ad testa cl’ha!”.

Poi però non lo farà. Tirerà fuori dalla tasca il rosario e inizierà a sgranarlo chiedendo a uno a uno, a tutti i santi del paradiso, di vegliare su di me. Quel testa matta del Daniele a cui vuole bene proprio come fosse e su fiol.

Quando mamma ha aperto la porta pareva avesse visto un fantasma.

“Ciao ma’!” le ho detto e con il polso mi sono tamponato la fronte sudata. Si è dovuta appoggiare alla porta mentre una mano copriva la bocca e gli occhi diventavano lucidi.

Misurina – Padova in bicicletta, in una sola giornata. Un’impresa folle, lo so, soprattutto per uno che fino a qualche anno fa non riusciva nemmeno a salire le scale di casa.

Passata la commozione è arrivata la lavata di capo.

“Tranquilla ma’” ho risposto sorridendo, “ora sto bene”.

“Perché lo hai fatto?” ha chiesto, mentre mi accarezzava una mano.

“Perché avevo voglia di vedervi” ho risposto. Il che era pure vero anche se, a essere onesti, forse è stato più il bisogno di testare i miei nuovi limiti, capire fino a che punto posso spingermi. Volevo urlare al mondo che sono guarito. Che ora sono anch’io un ragazzo normale.

Mamma si è messa ai fornelli, ma prima ha preteso che chiamassi Angelina per tranquillizzarla. “Quella santa donna, non vorrai mica farla morire di crepacuore!”

Non sono sicuro che averle raccontato la mia impresa sia stata poi una grande idea. Già mi vedo a sgranar rosari con la suora mentre prometto che non farò mai più una cosa del genere. Sempre che lei non stia già percorrendo i 200 chilometri che ci separano per venirmi a tirare un paio di ceffoni ben piazzati.

Un giorno Angelina ci ha chiesto di dare un colore alla felicità. Eravamo seduti in mezzo al prato, il cielo terso sopra di noi, le montagne ancora innevate che facevano la guardia a noi bambini di Misurina. Il sole splendeva tiepido, l’aria ci pizzicava il volto. Era facile dare un colore alla felicità in quel momento. La felicità aveva tutti i colori che ci stavano intorno.

Ma quando in piena notte ti prende una crisi, quando mamma e papà ti mancano fino a farti piangere, quando non lo sai se la mattina dopo ti risveglierai nel tuo letto, quando capisci di non essere più padrone del tuo corpo, quando le vite normali degli altri ti fanno solo incazzare, allora la felicità ti appare fuggevole e incolore.

Per anni ho avuto il terrore di chiudere gli occhi, arrendermi al nero e non svegliarmi più. Qui all’istituto ho capito che se il nero non lo puoi sconfiggere lo puoi sempre attraversare. Che a volte, dietro a una porta nera, si nasconde una nuova vita con i suoi meravigliosi colori.

E allora vale la pena di provare. Aprire quella porta, attraversare il nero e ritrovare, dall’altra parte, tutti i colori che si era mangiato. Il verde dei prati, l’azzurro del cielo, il bianco sulle montagne, l’argento del lago. Perfino il rosa delle guance e l’arcobaleno quando torna il sereno. E quella seconda vita che si nascondeva al di là del nero.

 

 

 


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