vita col marmocchio

La mia parola per Mommypedia: oggi

Se c'è una cosa che ho imparato, diventando mamma, è che per i marmocchi esiste solo qui e adesso. Dopo per loro non ha alcuna valenza. Vogliono giocare con te? Bene, vogliono farlo ora. Hanno bisogno di un abbraccio, di una coccola consolatoria, della tua attenzione? Vietato rimandare. Subito è l'unico momento possibile.

Soprattutto da piccoli ai marmocchi poco importa del loro, seppur breve, passato. Tantomeno si curano del domani.

Oggi è allora la mia parola del cuore, da quando sono diventata mamma.

Oggi è l'unico tempo possibile. Oggi dobbiamo amarci e non aspettare nemmeno un attimo per dircelo. Oggi dobbiamo divertirci e dare valore al tempo insieme. Oggi dobbiamo fare pace, se abbiamo litigato. Oggi dobbiamo ridere senza trattenerci o coccolarci se ci sentiamo giù.

Perché noi siamo qui, oggi!

Oggi è una parola che ha assunto vari significati da quando sono mamma e mi ha permesso di ritornare piccola e allo stesso tempo mi ha insegnato una lezione indispensabile per crescere: esiste un solo momento per essere felici e quel momento è oggi.

Di tutte le parole che ho imparato ad amare da quando sono mamma, oggi è di gran lunga la mia preferita.

Diventare genitori è un'esperienza totalizzante, che ti cambia profondamente. Cambia la tua vita, cambiano le tue giornate e le tue priorità. E anche le parole assumono significati diversi, a cui prima non avevi nemmeno pensato.

Con Mommypedia, la community creata da Prenatal, mamme e papà sono chiamati a raccontare come sono cambiati i significati di alcune parole da quando sono diventati genitori. Ironico, divertente, ma allo stesso tempo sincero e profondo, Mommypedia è un vero e proprio dizionario della maternità, alla cui realizzazione possono contribuire tutti i genitori,

Per partecipare alla community è sufficiente caricare foto o video, oppure raccontare i momenti di straordinaria quotidianità con il proprio marmocchio. I contenuti migliori verranno scelti per entrare a far parte di Mommypedia.

 



Articolo sponsorizzato

Come due gocce d’acqua – parte prima: la capacità di non svelare le sorprese

La vertià è che quando si parla, ad esempio, di gusti musicali, penso che sia bellissimo il fatto di esaltarci per le stesse canzoni. Trovo estremamente dolce la sua capacità, identica alla mia, di innamorarsi di un pezzo e volerlo riascoltare all’infinito per giorni interi. Salvo poi detestarlo e non volerlo sentire mai più.

Adoro la sua passione per il teatro. Che quando le ho chiesto se voleva andare a vedere di nuovo le marionette, a distanza di nemmeno due settimane, sarebbe stato lecito mi rispondesse Ma sei matta? E invece ha urlato di sì saltellando per tutta casa.

Mi emoziona rivedere il mio sguardo nel suo sguardo. Timido, impacciato ma sconsideratamente allegro, sempre e comunque.

Così simili, noi due.

Ecco, poi ci sono dei momenti in cui di assomigliarci, come dire, ne farei anche a meno!

Come due gocce d’acqua – parte prima: la capacità di non svelare le sorprese.

Di rientro da scuola ci lanciamo in una sorpresa al Ninnatore decisa all’ultimo minuto: preparare il tiramisu.

In meno di 60 minuti dobbiamo sbattere uova e mascarpone, fare andare tutte le macchinette del caffè contemporaneamente e raffreddarlo a tempi di record. E poi inzuppare e disporre e ricoprire, strato dopo strato. Una spolveratina di cacao in polvere, copriamo con la stagnola, imboschiamo nel frigorifero (poi ve lo spiego, eh, come si nasconde un tiramisu di proporzioni epiche dietro un cespo di lattuga e tre zucchine). Ci giriamo e… è scoppiata una bomba in cucina. C’è mascarpone e cacao in polvere ovunque, un pavesino appoltigliato sul pavimento e il lavabo stracolmo. Dieci minuti. Ok, ce la possiamo fare. Attivo i superpoteri per rendere la cucina di nuovo splendente (dove non arrivano i superpoteri utilizzo una dote a me molto cara: imbosco!).

Dai mamma, corri, altrimenti papà ci smaga.

Ci che?

Ci sma-ga?

Ah no, amore, ci sga-ma!

Che poi non sono nemmeno sicura che volevo insegnarglielo davvero il verbo sgamare. E va bè.

Lei si occupa di dis-spiaccicare il pavesino dal pavimento, io faccio un fagotto con la tovaglia colma dei residui della qualunque e oppalallà, fuori sul balcone. E sciacqua e butta in lavastoviglie, e pulisci e asciuga le fruste, e getta la spazzatura per nascondere le prove.

Stremata osservo il miracolo compiuto, incredibilmente orgogliosa di noi. Hai visto quando ci mettiamo insieme, eh, e poi dicono che non le sappiamo fare le sorprese.

La chiave gira nella toppa e…

Papà, io e la mamma abbiamo fatto il tiramisu. Ma è una sorpresa e tu non lo devi sapere.

E non posso nemmeno arrabbiarmi. Perché credetemi se vi dico che la mia capacità di non svelare le sorprese è forse anche peggiore della sua.

Siamo due gocce d’acqua, non c’è che dire. Almeno quando si tratta dei peggio difetti.

 

 

 

 

Robedamamma capitolo 20: epperò la mamma sei tu…

Pensavamo fosse raffreddore. Poi influenza. Infine febbre dovuta ad un forte mal di gola. Quando dicono che i primi pediatri del proprio bambino sono la sua mamma e il suo papà, pare chiaro non stiano parlando di noi. No, perchè alla fine era scarlattina. E uno dice Ma è ovvio: lingua a lampone, gola arrossata e quello sfogo intorno alla bocca (che per te era un semplice arrossamento dovuto al frequente soffiarsi il naso), non poteva che essere scarlattina!

Eh, già. Scusate, non frequento.

Il pediatra rincara la dose: Dovevate portarmela prima!

Quando scusa? Perché se la porti per un raffreddore vieni defenestrato nell’arco di tre nanosecondi e finchè non sono apparsi i puntini chi se lo immaginava? Ché qui occorrerebbe essere veggenti, mica basta essere genitori.

E dunque scarlattina fu. Una malattia che, sebbene considerata tra le meno terrificanti rispetto alle altre malattie esantematiche, accende in me (che da Piccole Donne non mi sono mai riavuta) l’immagine di Beth che giace stremata nel letto, più di là che di qua. E va bè, erano altri tempi, c’era la guerra di secessione, e quella Beth lì era già cagionevole di suo. Però, sti cavoli!

Infine, tanto per sfatare nuovamente le dicerie materne sul mio conto Ah tu le malattie le hai fatte tutte: da piccola eri un disastro, sempre malata!, pare che no, la scarlattina non l’avessi mai avuta. Fino a sabato notte, almeno.

Perciò qui si fa clausura dura. Una clausura fatta di torte, lavoretti natalizi, coccole e libri. E non ci lamentiamo, eh. Per casa gira una per niente abbattuta Marmocchia a pois. E mentre tu la guardi con gli occhi da Figliafigliamiaperchéproprioate, lei ti resituisce il suo solito sguardo vivace, che brilla in mezzo a tutti i puntini.

E tu vorresti essere dieci, centomila volte più rassicurante. Avvolgerla di certezze e tranquillità, lasciarla libera di credere che non è proprio nulla e presto passerà.

Ma la verità è che nel profondo c’è una voce che grida Voglio la mamma.

Epperò la mamma, stavolta, sei tu!

Leggi tutti i capitoli di Robedamamma

 

Istantanee di un anno che va: parte seconda #lei #loro

Seconda parte del viaggio. Un anno ripercorso attraverso le foto della mia pagina Instagram. Mi diverte e mi emoziona. Più di tutto mi piace condividerlo con voi. Spero starete con me.

#LEI e i suoi pensieri

#LEI che sa portare il colore nei miei giorni di pioggia

#LEI e le sue passioni…

Leggi tutto

Istantanee di un anno che va: parte prima #12 cose che ho amato

Manca ormai poco più di un mese alla fine di quest’anno (e speriamo solo di quello, eh). Non è ancora tempo di bilanci, almeno per me, ma qualche giorno fa, dopo aver scoperto che esiste una pagina web di Instagram (sempre sul pezzo io), riguardavo le foto di quest’ultimo anno e il viaggio che ne è scaturito è stato così magico che ho pensato di condividerlo con voi. Almeno in parte. Mi pare evidente che non sono una fotografa, perciò per favore siate buoni e dimenticate il lato tecnico. Prima di cominciare vi ricordo che se non ci siamo ancora amicati su Instagram possiamo farlo da qui.

Pronti?

#12 COSE CHE HO AMATO DI QUEST’ANNO

#1 Il volo maestoso di un gabbiano. La libertà.

#2 Pensieri, parole, silenzi, emozioni.

#3 Gli artisti di strada. La musica che ti tocca il cuore.

Leggi tutto

Robedamamma (the best of): tra capricci e convenevoli

Robedamamma - the best of: 25 gennaio 2011

Mamma aggiucale coi cololi (=madre vorrei giocare con i colori a dita che sì, ve ne do atto, non sono affatto adatti per essere usati tra le mura domestiche, ma io li gradisco molto).

Amore no, i colori no! Non vorresti fare un bel disegno con le matite?

Nuuooooo! Aggiucale coi cololi! (=madre non siate sempre così autorevole nei miei riguardi. Accontentatemi, ve ne prego).

No amore, non se ne parla, ho appena pulito casa, i colori un altro giorno!

Mamma… come sei bella.

(???)

Mamma, iu dulmile nel lettone (=madre, ho testè deciso che il mio lettino isolato dal resto del parentame presente in casa non mi aggrada più. Vorrei piuttosto condividere le mie nanne con voi altri nel vostro accogliente lettone).

Amore ma che scherzi? Ognuno deve dormire nel proprio lettino.

Nuuuuuuuuuooooo, iu vojo dulmile nel lettoneeeeeeeeeee! (=madre mi rammarico nell’apprendere il vostro diniego nel condividere il vostro riposo con me. Che, tra l’altro, sono sangue del vostro sangue).

Leggi tutto

Robedamamma capitolo 14: di quando ho scoperto che i nani a tre anni fanno già i provoloni

Lei si presenta con abitino fucsia, cerchietto con fiocco e ballerine minnie style (alle quali peraltro la sottoscritta sta facendo il filo dal dì dell’acquisto). L‘outfit è interamente scelto da lei (in virtù dell’acccordo per cui io le lascio scegliere i vestiti e lei mi  promuove mamma del secolo, dimezzando i miei doveri morali nei suoi confronti, ricordate?).

Al parco sotto casa incontra un compagno di classe. Trattasi di nano che aveva già in precendenza messo un’opzione sulla Marmocchia così, tanto per stare tranquillo.  Lui, forse abituato a vedersela alle otto di mattina con le vuitton sotto gli occhi, la reattività di un bradipo annoiato e la divisa ufficiale dell’asilo (nel nostro caso magliettaccia in tinta col colore della classe e leggins pantegana) abbassa gli occhiali da sole scuri da vero macho per osservarla, dapprima incuriosito, poi leggermente incredulo, infine vagamente attizzato. E mentre rimesta la mano nel sacchetto di patatine abbozza dei movimenti ondulatori che, non ne sono sicura, ma parrebbero proprio un balletto.

Sei bella, le dice, suscitando reazioni opposte nei due esseri di genere femminile presenti. La grande quasi collassa. La piccola invece dà prova di possedere un certo aplomb, di cui per inciso la grande non era a conoscenza. Una scossa alla fluente chioma, un paio di sbattute di ciglia e via giù dallo scivolo.

Ammazza che tecnica: ammicca e poi fugge via.

Lui rimane impassibile. La manina che continua a frugare nel pacchetto di patatine ormai vuoto. L’occhiale scuro a coprire lo sguardo. L’onore forse è salvo. O forse no.

All’improvviso l’intero parchetto risuona di una vocina squillante che ben riconosco:

Mattia G. (nome e cognome, eh, perché il riconoscimento avvenga senza indugio alcuno) mi ha detto che sono bella – urla la nana, sferrando un attacco mortale all’autostima del piccolo Tony Manero e gettando probabilmente le basi di quello che sarà il rapporto col genere femminile del piccoletto da qui ai prossimi cinquant’anni circa.

Poi un va be’ e corre di nuovo via.

Lui alza le spalle. E va bè. Pure lui. E decide che è l’ora di calarsi di mazzate immaginarie con il suo alterego altrettanto immaginario.

Io, che in disparte osservavo la scena, mi unisco mio malgrado all’ e va be’ generale.

Va be’ a sto coso un pelo sopra al metro che fa lo splendido  con la mia bambina.

Va be’ a lei che, senza dirmi niente, è diventata modaiola, vanitosa e anche un po’ acidella.

E va be’ a me, che pensavo di poter gestire la sua socialità (o l’ eccesso della stessa) con compostezza e pacata partecipazione.

No perchè la tentazione, così a caldo, è stata quella di accoppare il nano provolone e rinchiudere mia figlia in cameretta fino al compimento dei 42-43 anni (mese più, mese meno).

Ma che volete farci, è ancora piccola e inesperta, si farà. (Ovviamente parlavo di me)!

 

Leggi gli altri capitoli di Robedamamma

Cascina Selva: una gita marmocchia in fattoria

In un sabato primaverile che pareva un sabato di metà novembre, gli impavidi marmocchi della classe verde della scuolina di Paesello, si recavano in gita extrascolastica alla Cascina Selva, una fattoria didattica alle porte della città.

Armati del proverbiale, nonchè intramontabile, ottimismo marmocchio, sfidavano le intemperie trascinandosi dietro, un po’ riluttanti, i loro molto meno impavidi genitori. All’arrivo una nana, parecchio al di sotto della stazza media della sua classe (oltre che della stazza media nazionale), veniva presa sotto l’ala protettiva di una compagna gentile, delicata e simpatica come pochi marmocchi a quest’età sanno essere.

Insieme iniziavano il tour della fattoria dove tra un “Ahhhh” di stupore e un “Blahhh” per l’odore, incontravano molteplici amici animali.

La nana grande carezzava con naturalezza mucche, asini, cavalli e conigli.

Quella piccola schivava con eleganza la qualunque.

Insieme ascoltavano rapite i racconti della fattoria.

E poi tutti i marmocchi si trasformavano in provetti panettieri. Tranne una che, tramutatasi in massaia frustrata, iniziava a “pestare” il pane a suon di mazzate. Manco fosse un incontro di wrestling. Poi si calmava e con enorme leggiadria cospargeva la sua pagnotta ormai pesta con la farina avanzata. E va bè.

Il risultato, nonostante tutto, non era niente male.

La giornata vedeva qualche timido raggio di sole farsi largo tra le nuvole, mentre una merenda da sogno a base di pane e cioccolata, marmellate varie e torte di ogni tipo appena sfornate, segnava la fine di questa meravigliosa gita.

La Cascina Selva è davvero una fattoria da non perdere. Si trova ad Ozzero, nell’hinterland milanese. Sul sito trovate tutte le informazioni utili e le numerose attività proposte.

Ah, se vi state chiedendo come mai nel reportage fotografico non sono inclusi scatti della suddetta merenda da sogno… bè semplicemente perchè la sottoscritta aveva entrambe le mani occupate ad abbuffarsi!

E diamole torto!

Il marmocchio ha da puzzà

Che abbiate partorito un marmocchio bagnetto-friendly o uno dalla scarsa propensione all’igiene personale, ad un certo punto della vostra vita dovrete in ogni caso rispondere a domande esistenziali del tipo “Perchè devo lavarmi anche oggi, mi sono già lavato il mese scorso!”.

Non so se ricordate la mitica scena del film di Verdone “Il bambino e il poliziotto“. Così tanto per fare un esempio

È che spiegare ad un bambino l’importanza di lavarsi può essere talvolta molto faticoso. Io, ad esempio, ci combatto dal dì della nascita. Sì perchè pare assodato che la pratica del bagnetto serale aiuti i neonati a rilassarsi e sia un momento di amorevole condivisione con mamma e papà. Un irrinunciabile attimo di estasi collettiva con innegabili benefici anche sulla nanna. Ecco. Prendete una nana che alla sola vista della vaschetta inizi ad urlare in preda agli spasmi, calata nell’acqua si dimeni come un’anguilla allagandovi casa e appena fuori prenda a piangere risentita, guardandovi pure con una punta di odio… voi cosa fareste?

Noi semplicemente ci abbiamo rinunciato. Abbiamo preso atto che lei del bagnetto non ne voleva sapere e abbiamo evitato di sottoporla al quotidiano supplizio limitandoci a vivere le pratiche igieniche esclusivamente per il loro fine ultimo: essere puliti!

Non è che crescendo sia andata poi meglio eh. Ancora oggi per fare la doccia necessitiamo di intrattenimenti vari. Diversivo per eccellenza è l’io lavo te tu lavi la paperella, variante del io lavo te tu lavi me, abolito per tutelare la mia incolumità (ché la papera è di plastica e tollera meglio le ditate di sapone negli occhi).

E poi c’è il piedefono. Chi? Il piedefono, sì. La sera i piedi della Marmocchia prendono a squillare. E, sfidando l’olezzo di taleggio (chissà perchè ho idea che quest’affermazione mi varrà una querela quando la nana raggiungerà la maggiore età) io rispondo. “Pronto, chi parla? Come dice? I piedi della nana puzzano troppo e vanno lavati? Va bene, provvediamo subito!”.

Lei ride, io rischio l’asfissia, ma raggiungo l’obiettivo: piedi lavati. Entrambi!

Insomma, quelllo che volevo dire è che è normale. Chi più chi meno, chi prima chi poi (chi sempre e comunque) tutti i marmocchi si ribellano alle pratiche igieniche. In fondo per loro è un’inutile distrazione dall’attività primaria: il gioco.

Perciò non fatevene un cruccio. Il marmocchio in quanto tale è marmocchio e ha da puzzà. E, presumibilimente, è solo una fase e passerà.

Nella foto: la Marmocchia a dieci mesi implora aiuto dalla vasca da bagno.

Robedamamma capitolo 9: cose che non dovrebbero mai accadere

Nell’epoca ante marmocchiam avevi tutto. Avevi un lavoro gratificante, il compagno dei tuoi sogni, una forma fisica invidiabile ed una vita sociale in costante fermento. C’era voluto tempo e fatica per conquistare tutto ciò. Eppure ce l’avevi fatta. Cavalcavi l’onda come una vera regina del surf e il mondo era lì disteso ai tuoi piedi ad aspettare soltanto un tuo cenno.

Sfornato il marmocchio le tue quotazioni hanno preso a scendere in picchiata. Non parlo solo della quantità di fischi d’approvazione che ricevi per strada (e che comunque sono passati rapidamente da “Fiuuuuu, che sventola!” a “Fiuuu, e levate!”), ma anche della sfera lavorativa, affettiva e sociale.

continua