amicizia

C’è sempre qualcosa da imparare

C’è sempre qualcosa da imparare. E se ti disponi all’ascolto senza pregiudizi, se provi ad osservare senza giudicare, se apri mente e cuore e accetti di cogliere i segnali, alla fine, impari sempre qualcosa.

Non importa dove, quando o con chi sei. Perché non c’è luogo, momento o compagnia migliore di un’altra per apprendere, crescere, migliorare. E fare un passo avanti verso la felicità.

A me, ad esempio, è capitato in pizzeria, in una serata tra mamme. E poi di nuovo in metropolitana andando a lavoro e in una sala conferenze al Salone del Libro. Mi è successo navigando in internet, aprendo un pacco che non aspettavo, leggendo un libro che mi ha colpita al cuore.

Ho pensato che tanto spesso è la vita stessa a darci le istruzioni. Sta a noi non rimandarne la lettura.

Ho imparato che la felicità, a volte, prende strade incomprensibili prima di colpirci in pieno quando meno lo aspettiamo.

Che c’è una dignità nel dolore che è soggettiva e assolutamente personale. E che va rispettata anche se non la comprendiamo o non la condividiamo.

Ho imparato che ci sono persone così, semplicemente altruiste. Che praticano la gentilezza e il sorriso autentico senza bisogno di particolari motivazioni. Ho imparato che le persone così non vanno solo ammirate, ma anche costantemente imitate.

Leggi tutto

Istantanee di un anno che va: parte terza #friendship #beauty #through her eyes

Ultima tappa del nostro viaggio: l’amicizia, la bellezza e il mondo visto attraverso i suoi occhi. Grazie di essere stati con me, ora e durante questo anno che va. Amo le foto per il potere magico che hanno: quello di fermare un istante perché possa rivivere ogni volta che lo desideri.

È stato un anno sicuramente duro. Di traguardi guadagnati, piccole vittorie e amare sconfitte che sanno di crescita. Un anno che non mi aspettavo, che mi ha spiazzata e mi ha sorpresa. Ma che ora mi trova più grande. E non solo di un anno di più.

#FRIENDSHIP

Leggi tutto

Welcome to the scuolina: risvolti sociologico-attitudinali

Per quanto frammentata e ancora non del tutto pacifica, la permanenza marmocchia alla scuola materna inizia a dare i suoi primi frutti.

Vi ho già parlato di Jack e dei suoi benefici influssi. Nello specifico il nostro lui è principesco non solo nei modi ma anche nell’aspetto (il che mi fa ben sperare che il metro di giudizio estetico maschile della Marmocchia non abbia davvero come modello Checco Zalone): è gentile, educato, ed è (sospiro profondo e sguardo da triglia) uno di quelli che da grande cederà il passo alla propria donna, le aprirà la portiera della macchina e non permetterà mai e poi mai che le brutture della vita possano in qualche modo scalfire la sua anima candida.

E insomma questo Jack c’ha tre anni e una classe mica da ridere. Ma non solo.

La nana inizia a raccontare la sua giornata scolastica farcendo i resoconti con nomi di amici e amiche in carne ed ossa (e non più immaginari) ma soprattutto suoi coetanei.

No, tanto per dire, un paio di settimane dopo l’ingresso alla scuola materna la Marmocchia raccontava gioiosa della sua nuova amica Terry. Poiché il momento era abbastanza delicato, e l’inserimento si stava rivelando alquanto disastroso, avevamo accolto la buona novella con enorme gioia. Solo qualche giorno dopo, e parlando con la maestra, avevo scoperto che sì, la Terry era davvero speciale e sicuramente un’ottima amica, e se non fosse stato per i suoi 46 anni avrei di certo chiesto alla sua mamma di mandarcela a giocare qualche ora al pomeriggio.

E già, la nana, in un universo di un centinaio circa di bambini (25 dei quali nella sua classe), aveva scelto come amichetta del cuore la bidella 46enne. Un po’ atterrita avevo deciso di non scoraggiare le naturali inclinazioni marmocchie cercando però di invitarla a socializzare con qualcuno che trovasse realmente esaltante passare giornate ad appallottolare didò e phonare i capelli a tutti i bambolotti di casa (calvi inclusi).

Il secondo ambito in cui la Marmocchia fa notevoli progressi è quello dell’apprendimento. Sta imparando davvero un sacco di cose alla scuola materna: i giorni della settimana, i mesi e le stagioni, i numeri oltre il 10 e una carrellata di canzoncine e poesiole che a volte sembra davvero di abitare con Pascoli.

Poi va bè, non importa se “lunedì, mattedì, zovedì, sabato e poi ancola mattedì“, o se “quindizi, quattoldizi, dizasette e … venti” e a volte mixa “Il grillo e la formica” con “La danza del serpente” e il bruco della famosa canzone fa una serie di attività poco ortodosse, quale ad esempio mangiare in bagno la polenta (?!?). L’importante è che la giovane mente marmocchia stia assorbendo come una spugna tutte queste meravigliose nozioni, anche se al momento conservate nel suo crapino un po’ a casaccio.

Insomma ci piace questa scuola materna, nonostante i tagli che hanno fatto straripare le classi e il menu, differenziato su quattro settimane, che contiene un sacco di termini culinari riconducibili ad un unico alimento: la crocchetta di pollo. E sulla crocchetta di pollo mi riprometto di aprire a breve un forum di discussione!

E ci piace anche quando ci lascia un po’ basiti e un po’ perplessi:

ore 15.45, puntuale come un orologio svizzero suona la campanella ed entriamo in classe per recuperare ognuno il proprio nano. Una tizia mai vista mi accoglie sorridendo.

Lei è?” mi chiede gioiosa.

Chi sono io? Ma chi sei tu? Ce li hai diciotto anni almeno? Sei una maestra o questa mattina ti hanno pescato dalla strada? Che ne è stato della nostra maestra Antonella? Malattia, ferie o fuitina alle Fiji?

“Aehm, sono la mamma della Marmocchia”

“Ah, molto bene”.

Sorriso di Joker e poi silenzio.

Molto bene cosa? Ho continuato a chiedermi per il resto della giornata. Poi però la filosofia ormai comunemente adottata dalla nostra famiglia nei confronti della scuola materna (ovvero la regola delle tre scimmiette sagge) ha prevalso:

“Francobollo Janet” e “Porta Pazienza Jack”

Janet e Jack avevano ormai raggiunto un’intesa perfetta.

Volubile e bisognosa di attenzioni lei (come d’altronde quasi tutte le donne del nostro pianeta), paziente e premuroso lui (come quasi nessun uomo sul nostro pianeta), Janet e Jack si erano conosciuti in un momento in cui le loro vite erano state sconvolte da profondi e irreversibili cambiamenti: la brusca interruzione della routine quotidiana, il distacco forzato dalle loro famiglie ed un ambiente sconosciuto a cui abituarsi.

Catapultati in questa nuova e dura realtà, soli e spaventati, Janet e Jack avevano stretto un legame profondo basato sul reciproco supporto morale.

Janet, meglio conosciuta come Francobollo Janet, per via della sua tendenza ad accozzarsi a mo’ di colla bostick a qualsiasi bipede dalle sembianze più o meno umane, aveva scoperto in Jack un compagno fedele, protettivo e tollerante ben oltre la media.

Jack, dalla sua, era di indole così caritatevole che aveva trovato pressoché impossibile ignorare il disperato richiamo d’aiuto della sua nuova compagna, tantomeno era riuscito ad impedirle di francobolizzarsi a lui. E così, in breve, era diventato il suo più grande amico e confidente, incarnando il suo ideale di perfezione maschile.

D’altro canto Jack c’aveva la maglietta dell’Uomo Ragno, a carnevale voleva vestirsi da Cow Boy e sua madre guidava una monovolume azzurro Puffo.

Come competere con tutto ciò?

Ma soprattutto Jack, all’alba del suo terzo compleanno, sapeva portare pazienza. Portava pazienza davanti agli altalenanti umori di una nana difficile, ai suoi martellanti (e spesso senza senso) dubbi esistenziali, espressi con una serie senza fine di “Pekkè?”, e alla sua capacità di lagnarsi per il 99% della giornata, mostrando una maturità ed un savoir faire più spiccati di qualsiasi altro bipede con cui Janet avesse mai avuto a che fare.

E insomma, come avrete capito, Jack è il nuovo idolo marmocchio. Compagno di classe, amico di gioco e forse anche oggetto transizionale, se non fosse stato per lui temo che l’esperienza marmocchia alla scuola materna si sarebbe trasformata nel più grande flop di tutti i tempi.

E forse Jack non lo sa, ma noi gliene siamo infinitamente grati!

Un post sull’amicizia. E sulla solidarietà femminile.

Io ho un’amica di mail. Che è più o meno il corrispondente di quello che fino agli anni novanta era l’amica di penna. Ve lo ricordate? A scuola ci obbligavano a scrivere lunghe (e noiosissime) lettere indirizzate ad una tizia sconosciuta di un istituto sconosciuto meglio se dall’altro capo d’Italia. Gli abbinamenti venivano tirati a sorte all’inizio dell’anno e se ti diceva male eri spacciato.

A volte invece ti andava bene. E dall’altra parte del foglio trovavi una persona simpatica, gentile, intelligente. Un amico di penna. Sì perché di lui conoscevi solo quello che ti scriveva sulla carta e paradossalmente ti sembrava di conoscerlo meglio di chiunque altro. Ai quei tempi era tutto diverso, non è che gli potevi dire “Ehi mandami un tuo video via mail” e nemmeno “Dai stasera vediamoci con la webcam su Skype”.

No. In quegli anni non ti restava che fantasticare imparando a memoria le sue lettere. Studiavi le parole, leggevi tra le righe, immaginando la sua voce e l’assentarsi del suo sguardo nelle pause di riflessione. Poi, per riuscire a conoscerlo di persona, d’estate coinvolgevi la famiglia in una vacanza in un paesino di trecento anime (pecore comprese), sperduto nell’Aspromonte.

Non lo so se era meglio o se era peggio. Di certo c’erano meno alternative.

Bè tutto questo per dirvi che a 2011 quasi finito ci sono ancora persone che credono nel potere dell’amicizia di penna e che, dopo essersi parlate per circa un anno esclusivamente via mail (badate bene, non un video né una telefonata), questo week end si sono conosciute dal vivo riconoscendosi al volo. Riconoscendosi, sì. Perché la sensazione è stata quella di conoscere qualcuno per la prima volta, quando in realtà ti sembra parte della tua vita da un sacco di tempo.

E allora volevo fare una piccola dedica a tutte le mie amiche, e alle loro amiche, giusto per dire GRAZIE. Perché a volte passi i trenta e pensi che nella tua vita non ci sia posto per nessun altro. Ma poi, per fortuna, c’è sempre qualcuno in grado di stupirti.

A tutte le amiche che sostengono le mie idee e i miei progetti, per quanto a volte folli e senza senso, credendoci senza mai chiedermi, né chiedersi, il perché.

A tutte le amiche che arrivano un attimo prima del momento del bisogno, per essere già lì quando chiederò loro una mano.

A tutte le amiche che quando parlo mi ascoltano. E a quelle che quando hanno bisogno di parlare scelgono me per ascoltare.

Alle amiche di sempre e a quelle arrivate da poco.

Alle amiche-mamme, che per me sono prima amiche e poi anche mamme.

A quelle che attraversano giorni burrascosi e si sentono un po’ perse e a quelle che hanno avuto il coraggio di decidere e cambiare.

E alla più piccola delle mie amiche. Che c’ha tre anni e mi capisce con uno sguardo. Che mi fa ridere e mi fa preoccupare, mi tira su il morale e mi fa perdere la pazienza, come solo gli amici veri sanno fare. Che mi insegna ogni giorno a sdrammatizzare e a guardare alla vita con un po’ più di leggerezza. E che, onestamente, è la compagna migliore che avrei mai potuto scegliere per questo viaggio.

A tutte voi: GRAZIE

“Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica”.

(dal capitolo XXI de ”Il Piccolo Principe” di  Antoine de Saint’Exupéry)