al parco col marmocchio

Non aprite quel cancello 2: #ParchettoSottoCasaVictims

 

Che uno poi potrebbe dire: Ma come, tanto orrore nei confronti del Parchetto Sotto Casa e poi ti si trova sempre lì?

È che, credetemi, quando il Parchetto Sotto Casa ti sta proprio… sotto casa, evitarlo è una vera sfida. Qui si tratta di arrendersi o cambiare casa. Perché nessun’altra alternativa pare distrarre a sufficienza la Marmocchia dal richiamo delle amichette che giocano festose al di là della rete. A niente vale promettere il parchetto, quello vero, con un meraviglioso tappeto d’erba su cui lanciarsi in corsa, paperelle, tartarughe e una varietà di pennuti da far girar la testa. Il diversivo pomeriggio dai nonni funziona solo per un breve periodo di tempo (durante il quale il Parchetto Sotto Casa viene invocato a gran voce e con tono supplichevole).

Se vi dico che ormai, quando svoltiamo l’angolo ed entriamo nel vialetto di casa, mi si annodano le budella e inizio a sentire un fastidioso prurito in ogni parte del corpo mi credete?

A 500 metri comincio con le alternative, a 300 proseguo con le promesse, a 100, colta ormai da terror-panico, vado di supplica. Che tanto poi non serve a nulla, eh. Quando tua figlia si è amicata una residente (e per residente intendo che è la prima ad entrare e l’ultima ad uscire) del Parchetto Sotto Casa, non puoi farci nulla. A qualsiasi ora rientrerete lei sfodererà il suo canto  da sirena facendovi naufragare irrimediabilmente tra le sue braccia.

Così ho preso una decisione: sono scesa a compromessi. Vuole passare il pomeriggio in quel fazzoletto di cemento con una concentrazione media di 10 nani per metro quadrato? Va bene. Io però mi dissocio, mi siedo, mi leggo un libro e me ne infischio.

Un buon compromesso no? Meditavo di passare anche all’isolamento acustico oltre che visivo. Tipo occhiale da sole, libro davanti alla faccia, auricolari con la musica a tutto volume. L’accordo è: mamma non esiste salvo contusioni gravi.

Era un buon piano. No, era un ottimo piano.

Poi è arrivato lui, piccolo Attila poco più che treenne. L’ha spinta giù dall’altalena, le ha schiacciato una mano col piede, ha preso gli occhiali da sole della sua amichetta e li ha sbattuti per terra. Uno a certe cose non ci crede se prima non le vede.

Ero a pagina tre. Tre pagine di lettura, tanto è durato il mio piano geniale.

Niente, forse semplicemente mi arrenderò. Fonderò un gruppo di sostegno, ParchettoSottoCasaVictims. Ci incontreremo al Parchetto Sotto Casa una volta la settimana, dopo l’orario di chiusura.Ci stringeremo in cerchio, l’aria dimessa e stanca di chi ha perso il sonno e le speranze.

Ciao, sono V. la mamma di A. e da una settimana mia figlia mi obbliga a passare i pomeriggi al Parchetto Sotto Casa.

Ciao V., risponderanno le altre, benvenuta!

Sono G. la mamma di B. e da quando frequento il Parchetto Sotto Casa la notte mi sveglio in preda a sudori freddi.

Forse continueremo ad odiare il Parchetto Sotto Casa. Se non altro ci sosterremo a vicenda.

Che l’inverno, a volte, pare una stagione sottovalutata lo avevamo già detto?

Buon inizio settimana a tutti, frequentatori abituali dei parchetti sotto casa e non.

 

 

 

Il Parchetto Sotto Casa, ovvero: non aprite quel cancello

C’è che la primavera quest’anno si fa desiderare. E che dei pomeriggi in casa iniziamo ad essere davvero un po’ stufi. La Marmocchia si annoia, soffre gli spazi chiusi, reclama il suo diritto di giocare all’aria aperta.

E allora, in una giornata di tempo splendido più unica che rara ultimamente, vengo colta da un sentimento di comunione con il Parchetto Sotto Casa (ahia), quello con dieci centimetri quadrati d’erba e una fila di alberi smilzi che non farebbero ombra manco all’uomo invisibile.

Vengo colta dal richiamo gioioso dei bimbi che sembrano divertirsi come matti e dei loro genitori che conversano amabilmente. E allora cosa faccio? Ma ti propongo alla Marmocchia (di mia spontanea volontà e senza aver precedentemente fatto uso di alcolici) di fermarci a giocare.

Ora, dovete saper che odio il Parchetto Sotto Casa come poche cose al mondo. Che in confronto presentarsi ad un appuntamento galante con un gambo di prezzemolo intero tra i denti  è una passeggiata di salute. E va bè.

Varchiamo il cancello d’ingresso con i migliori propositi, dettati da questo (ingannevole, perché diciamocelo, è sempre ingannevole) senso di comunione fraterna con nani e relativi genitori.

Ed è a questo punto che mi ricordo, tutto d’un tratto, perché odio il Parchetto Sotto Casa. Presto detto. In meno di venti minuti rimedio un’altalena sullo stinco, un nano con macchinina elettrica sui piedi e una bolla di sapone nell’occhio. Vengo coinvolta, a mia insaputa e senza il mio consenso, in una conversazione il cui tema è la comparazione a più livelli del catarro marmocchio.

Sapevate che in base al colore e alla consistenza si possono fare diagnosi piuttosto precise? No, tanto per dire, io non lo sapevo, ed ero di certo una donna più felice.

Interrogata fingo una chiamata sul cellulare. Di lì a poco vengo braccata di nuovo. La conversazione si è evoluta, ora si parla di broncospasmi, laringo-caxxi e faringo-mazzi. Più o meno. Mi sento molto poco preparata sull’argomento. “Ma come, la Marmocchia quest’inverno ha fatto più giorni di malattia che di presenza” mi fa notare amabilmente una mamma della classe. “Vero. Ma io non uso prelevare campioni di catarro per analizzarli in laboratorio. Preferisco pagare uno che lo fa di lavoro”.

Silenzio. Basita. E sti cavoli però amica, te la sei cercata.

E proseguiamo il nostro amabile pomeriggio. Scopro che mia figlia ha un sacco di amiche. Un sacco di amiche che la trattano come se fosse una minorata, la prendono in braccio come se avesse la metà dei loro anni (e nella maggior parte dei casi non è vero) e le assegnano i peggio ruoli nei giochi.

In compenso noto una cosa che non sapevo. Ad Acchiapparello mia figlia è un mostro. Cioè, corre veloce. Ma veloce che non la prendi manco se ti motorizzi!

Una gran virtù, direi. Bisognerebbe solo spiegarle quali sono gli altri frangenti (oltre ad Acchiapparello) in cui attivare la super-corsa al di fuori del gioco vero e proprio. Tipo bambina che ti vuole spaccare il passeggino della bambola in testa, amore di mamma, c’hai le gambette ma sei una lippa? E corri,  no?

E insomma passano gli anni, la nana cresce ma il parchetto sotto casa non cambia. E io che ricordo ancora quando col pancione passeggiavo su e giù per il viale seguendo i lavori e pensando che grazie al nuovo Parchetto Sotto Casa la mia vita sarebbe stata migliore.

Tanto per dire, la fauna femminile e maschile vi posso confermare che è sempre la stessa.

Il colpo di grazia che mi fa porre fine al pomeriggio, comunque, è sentirmi pronunciare nell’ordine le seguenti tre frasi:

-          Non correre che sudi!

-          Non andare di lì, né di là e nemmeno di qua… che è pericoloso!

-          E giooooca con gli altri bambini!

Oddio, sono diventata mia madre!

Nella foto: il Parchetto, quello vero

Robedamamma (the best of): al parco col marmocchio – la fauna femminile

Robedamamma – the best of: 16 giugno 2011

La mamma anni ’50: rimasta intrappolata nel nostro secolo per puro errore, conosce una sola maniera di fare la mamma: quella totalizzante. Nata per concepire, dare alla luce e crescere, a ciclo continuo, si reca al parchetto con l’intera combriccola composta da un minimo di tre (ed un massimo di n al quadrato) marmocchi con le ginocchia sbucciate, il moccolo a vista e i vestiti rigorosamente uguali (che ha cucito a mano ricavandoli dalle tende della sala). Come le mamme di un tempo, quelle pre ’68, bada ai figli, al marito e alla casa senza soste né lamentele. In fondo è nata per questo. Lei i manuali non li legge, ma se tra una gravidanza e l’altra trovasse il tempo di scriverne uno, il mondo sarebbe di certo un posto migliore. Perchè lei tutto sa. E quand’anche non sapesse, l’istinto la guiderebbe comunque nella giusta direzione. Qui non si tratta di esperienza maturata nel tempo, ma di una vera e propria predisposizione congenita. Come a dire, le mamme anni ’50 così ci nascono proprio. Nella sua borsa puoi trovare il necessario per la sopravvivenza di un intero paese. Perché il dopo guerra non l’ha mai vissuto, ma se dovesse capitarle saprebbe di certo come affrontarlo.al parchetto ci viene solo dopo aver preparato la cena: dalla parmigiana al polpettone, dalle lasagne al coniglio in umido, con tutte le varianti del caso. Che a sentirla annunciare il menu, tu, che di lì a poco scongelerai un quattro salti in padella di gruppo, ti senti già sconfitta in partenza.

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Robedamamma (the best of): al parco col marmocchio – la fauna maschile

Robedamamma – the best of: 6 maggio 2011

Il padre single (o siglo o singlo che dir si voglia). Che abbia la momentanea custodia di un figlio naturale o ne abbia subaffittato uno, l’unico intento del padre single è l’accoppiamento. Accompagnarsi ad un cucciolo di umano, sebbene non ne si conoscano usi, costumi o bisogni, pare faccia scattare l’attizzo nel sesso opposto. Vedere un uomo accanto ad un marmocchio suscita una certa tenerezza, crea un alone magico e fa sembrare affascinante anche il più becero degli esemplari (qui trovate un esempio da manuale).

Il padre per caso. Il padre per caso si ritrova al parchetto di domenica mattina dopo che la moglie l’ha lasciato sul pianerottolo con il marmocchio e zero spiegazioni. Fa il suo ingresso tenendo il nano a debita distanza, così che non si debba per forza pensare sia suo. Gli occhiali da sole e il bavero alzato, nel timore di incrociare qualcuno che conosce e rovinarsi per sempre la reputazione. Confuso e disorientato si lascia condurre dal figlio che sembra invece perfettamente a suo agio. Vedendo che il marmocchio si autogestisce, e temendo che qualcuno lo avvicini, inizia a chiamare in ordine alfabetico tutti i contatti presenti sulla rubrica del suo cellulare. Alla lettera D il marmocchio sta facendo bungee jumping dallo scivolo, mentre lui continua imperterrito a spingere l’altalena vuota già da un po’.

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Robedamamma capitolo 14: di quando ho scoperto che i nani a tre anni fanno già i provoloni

Lei si presenta con abitino fucsia, cerchietto con fiocco e ballerine minnie style (alle quali peraltro la sottoscritta sta facendo il filo dal dì dell’acquisto). L‘outfit è interamente scelto da lei (in virtù dell’acccordo per cui io le lascio scegliere i vestiti e lei mi  promuove mamma del secolo, dimezzando i miei doveri morali nei suoi confronti, ricordate?).

Al parco sotto casa incontra un compagno di classe. Trattasi di nano che aveva già in precendenza messo un’opzione sulla Marmocchia così, tanto per stare tranquillo.  Lui, forse abituato a vedersela alle otto di mattina con le vuitton sotto gli occhi, la reattività di un bradipo annoiato e la divisa ufficiale dell’asilo (nel nostro caso magliettaccia in tinta col colore della classe e leggins pantegana) abbassa gli occhiali da sole scuri da vero macho per osservarla, dapprima incuriosito, poi leggermente incredulo, infine vagamente attizzato. E mentre rimesta la mano nel sacchetto di patatine abbozza dei movimenti ondulatori che, non ne sono sicura, ma parrebbero proprio un balletto.

Sei bella, le dice, suscitando reazioni opposte nei due esseri di genere femminile presenti. La grande quasi collassa. La piccola invece dà prova di possedere un certo aplomb, di cui per inciso la grande non era a conoscenza. Una scossa alla fluente chioma, un paio di sbattute di ciglia e via giù dallo scivolo.

Ammazza che tecnica: ammicca e poi fugge via.

Lui rimane impassibile. La manina che continua a frugare nel pacchetto di patatine ormai vuoto. L’occhiale scuro a coprire lo sguardo. L’onore forse è salvo. O forse no.

All’improvviso l’intero parchetto risuona di una vocina squillante che ben riconosco:

Mattia G. (nome e cognome, eh, perché il riconoscimento avvenga senza indugio alcuno) mi ha detto che sono bella – urla la nana, sferrando un attacco mortale all’autostima del piccolo Tony Manero e gettando probabilmente le basi di quello che sarà il rapporto col genere femminile del piccoletto da qui ai prossimi cinquant’anni circa.

Poi un va be’ e corre di nuovo via.

Lui alza le spalle. E va bè. Pure lui. E decide che è l’ora di calarsi di mazzate immaginarie con il suo alterego altrettanto immaginario.

Io, che in disparte osservavo la scena, mi unisco mio malgrado all’ e va be’ generale.

Va be’ a sto coso un pelo sopra al metro che fa lo splendido  con la mia bambina.

Va be’ a lei che, senza dirmi niente, è diventata modaiola, vanitosa e anche un po’ acidella.

E va be’ a me, che pensavo di poter gestire la sua socialità (o l’ eccesso della stessa) con compostezza e pacata partecipazione.

No perchè la tentazione, così a caldo, è stata quella di accoppare il nano provolone e rinchiudere mia figlia in cameretta fino al compimento dei 42-43 anni (mese più, mese meno).

Ma che volete farci, è ancora piccola e inesperta, si farà. (Ovviamente parlavo di me)!

 

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Al parco col marmocchio: passano gli anni ma la fauna non cambia

Se marzo si dice pazzerello, questo aprile è stato totalmente fuori di testa. E piove, otto gradi: tutti dentro. Esce il sole, venti gradi: tutti fuori. Eppure un tempo del clima mediterraneo se ne diceva un gran bene.

Così arriva il week end e, contrariamente a tutte le previsioni, da dietro le nuvole si affaccia timido il sole. E allora che si fa? Noi si va al parco a recuperare i pomeriggi perduti per via della pioggia. E si fanno incontri importanti.

Qualche tempo fa avevamo già parlato della fauna maschile e femminile che abita i parchi in città. Ecco, sabato abbiamo incontrato una specie di creatura mitologica che incarnava tre su quattro delle categorie maschili individuate nel post di cui sopra, unendo a tutto ciò un uso di congiuntivi e condizionali (ma più in generale della lingua italiana) a dir poco creativo.

Ci rechiamo in questo parchetto (lo so, sembra il parco di Yosemite e invece si trova nella provincia sud di Milano… magie dei filtri Instagram)

e dopo una breve passeggiata a rimirar pennuti (in particolare la Marmocchia adora cigli e galini – per la traduzione si veda il glossario marmocchio) ci fermiamo nell’area gioco.
L’altalena accanto a noi rimane libera per poco, perchè ti arriva lui. Marmocchia recalcitrante e moccolosa alla mano, inizia a spingere alternando perle di saggezza, humor inglese e congiuntivi ad minchiam, mentre la nana sbraita, nello stesso fantasioso italiano, all’indirizzo di tutti i presenti.

Lui continua il suo monologo col quale c’informa della sua attuale situazione abitativo-lavorativo-sentimentale con innumerevoli dettagli, peraltro non richiesti. E c’è la crisi, mantenere i figli costra troppo e non ci sono più le mezze stagioni. Vorrei rincuorarlo ricordandogli quei bontemponi dei Maya, ma non so se coglierebbe la sottile ironia.

Che poi io, se avrei saputo che finiva così, mica li facevo tre figli!”

Invece io se avrei saputo che t’incontravo, non avrebbi mai venuto in questo parco.

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Al parco col marmocchio: la fauna maschile

Introdurrò l’argomento di quest’oggi con un piccolo antefatto accadutomi, a fagiuolo, proprio ieri pomeriggio.

Ore 16: Marmocchia alla mano mi reco al Parchetto. Non un parchetto, ma “il Parchetto”. Quello con le virgolette e la P maiuscola. Quello dove c’è il giostraio che compri due biglietti e te ne dà un mazzetto. Quello con l’erba vera che ci puoi correre sopra. Quello con le paperelle, i galli, le tartarughe e i piccioni, che però non puoi dargli da mangiare patate-riso-e-cozze o la caponata dell’altra sera e allora per non scrivercelo tutto ci scrivono solo “vietato dare da mangiare agli animali del parco”. Quello con la fontana e il laghetto, gli alberi di pesco e le distese di margherite. Quello che ogni volta mi chiedo quanto ci metteranno ad accorgersi che c’è un pezzo di terra edificabile e ci faranno un supermarket e un mega parcheggio oppure un condominio di 26 piani e un mini cortile in cemento. Insomma “il Parchetto”.

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La prima “carota” non si scorda mai

È domenica mattina e in una parco di periferia, con tanto di laghetto e paperelle, la nostra allegra famigliola sta facendo colazione.

Poco più in là una coloratissima giostrina ospita decine di marmocchi urlanti che, sulle note di “Ufo Robot“, ”Johnny il Bassotto“ e “Ilculettoèmioèmioperciò“, si stanno contendendo l’ambitissimo codino.

L’assonnata famigliola si avvicina alla giostrina e con un rapido calcolo, sebbene la mente sia ancora annebbiata, stima che la densità media di bipedi urlanti non è affatto bilanciata dalla presenza di un numero equo di bipedi accompagnanti. Vale a dire ci sarà sì e no un adulto ogni sette marmocchi.

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Al parco col marmocchio

È sbocciata la primavera, o per meglio dire è scoppiata l’estate: 40 gradi all’ombra e il 98% d’umidità.

Certo, fino a ieri ci lamentavamo del freddo gelido, ora ce la prendiamo con il caldo torrido. Va bè, non è che uno vuole sempre trovare il pelo nell’uovo, è solo che a volte basterebbe avere una stagione chiamata “primavera” che duri almeno il tempo di togliersi il cappotto e, che ne so, magari sfoggiare per più di una settimana quella giacchetta primaverile per la quale, tra l’altro, hai speso una capitale.

Ebbene, approfittando di queste splendide giornate, la Marmocchia ed io abbiamo ripreso a frequentare assiduamente parchi e parchetti in città. E mentre lei scorazza allegramente tra scivoli e altalene, io mi perdo nell’osservazione estasiata della fauna che popola i parchi cittadini.

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