essere mamma

La mamma che sono

La mamma che sono ha la testa tra le nuvole, un bagaglio immenso di paure e una scarsa propensione al problem solving marmocchio.

La mamma che sono vorrebbe avere tutte le risposte. La mamma che sono, per ora, ha solo grandi domande.

La mamma che sono è un vero talento nello scordare l’unico articolo salvavita nell’attività in corso di svolgimento: la merenda, le salviette, un intrattenimento, la felpa. E l’acqua, sempre e comunque.

La mamma che sono a scuola non legge mai gli avvisi in bacheca: il giorno di chiusura, il soldi per la gita, la richiesta di materiale extra. Ma non hai visto l’avviso? – Ehm, quale? – Quello in plexiglass fluorescente con la freccia luminosa ad indicarlo e la dicitura “Avviso Estremamente Importante!” – Aehm no, me lo sono persa!

La mamma che sono è spesso nevrotica, poco paziente ed eccessivamente ansiosa.

La mamma che sono è talvolta la mamma che non avrei mai voluto essere:

Metti la cannottiera che fa freddo.

Mangia che sei tutta ossa.

Ohmiodio hai 37.2. Chiamiamo il pediatra sul serio, quello per finta e pure la guardia medica. Anzi no, andiamo al pronto soccorso che facciamo prima!

La mamma che sono è un concentrato dei peggior difetti delle mamme che mi hanno cresciuta:

non correre che sudi – la frase preferita di mia madre

non correre “ancora” cadi – la frase preferita della nonna pugliese

non correre! (e basta) – la frase preferita della nonna siciliana. (Che si sa come sono i siciliani).

La mamma che sono un giorno, al nono mese di gravidanza, si è guardata allo specchio e ha pensato: “Stavolta mi sono proprio inguaiata”. Poi ha giustiziato una confezione intera di merendine al cioccolato e il terror panico un poco è passato.

Qualche volta, ma non troppo spesso, la mamma che sono è la mamma che sognavo di essere: quando in macchina cantiamo a squarciagola, quando ci scappa da ridere nello stesso momento, quando ha paura e si rifugia nell’incavo del mio collo, quando mi guarda e capisco l’immensa (e immotivata) fiducia che nutre nei miei confronti. Quando di giorno la penso e mi manca. Quando di notte mi sveglio e l’ascolto.

La mamma che sono, a volte, mamma non si sente nemmeno. Che se si ferma a pensarci sul serio, le pare una cosa davvero troppo grande per lei.

La mamma che sono un giorno, senza averci nemmeno pensato, ha chiesto: Marmocchia, ma io sono una brava mamma?

La mamma che sono, da quel giorno, sta ancora gongolando per la risposta.

Che a volte sarebbe bello essere perfetta. Forse. Nel frattempo mi accontento di essere la migliore almeno per lei.

Buona festa della mamma a tutte le mamme in ascolto. Qualunque mamma voi siate.

Qui una poesia per le mamme.

Qui un’altra poesia per le mamme.

Qui una poesia tradotta in inglese da una gentile lettrice.

Nella foto: “Mamma ti faccio una foto, così poi mi ricordo come sei bella“.

Le più famose mamme dei libri marmocchi

Un mercoledì di lettura un po’ speciale oggi. In occasione della festa della mamma mi piacerebbe celebrare tutte le mamme dei nostri libri di lettura preferiti.

Tanti auguri alla mamma di Topo Tip, perché davanti ai capricci di suo figlio lei trova il sorriso dove io cercherei una parete a cui tirare una testata.

E perché alla fine sa sempre qual è la cosa giusta da fare. Beata lei!

Alla mamma di Max che si arrabbia moltissimo ma sa perdonare benissimo.

Alla mamma di Olivia perché sbraita, alza il sopracciglio e sa essere ironica quanto basta per tirare sera. Ma soprattutto perché mi ricorda in maniera incredibile qualcuno… che ne so, tipo me?

A Barbamamma che è sposata con un coso rosa, ciccione e con l’espressione goduriosa, mentre lei è nera, c’ha una corona (verosimilmente di spine) poggiata su quella specie di bernoccolo che si ritrova sulla testa e, nella maggior parte delle pose, tiene un mazzo di fiori tra le mani giunte al petto a mo’ di morto. Oltre ad avere un numero inquantificato e inquantificabile di barbacosi al seguito. Perché Barbamamma io ti stimo!

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Social Family Day 2013 – e una riflessione che viene dal cuore

Sono passati quasi due anni da quando partecipavo, nel più completo anonimato, alla prima riunione tra blogger organizzata da Fattore Mamma. Se ci penso non è che sia cambiato poi molto. Sono sempre la stessa: impacciata, timidissima e, ad un certo punto, tendo a volermi dissolvere nel nulla, senza lasciar traccia.

Quello che è cambiato è il mio amore per la rete, o meglio per le persone che ho incontrato e incontro grazie al web. Per tutte quelle che posso chiamare amiche e intenderlo sul serio. Per chi mi legge e mi riempie il cuore di gioia. Per le belle esperienze che ne sono nate, per le grandi opportunità che ho avuto. Per sentirmi così viva, anche grazie a questo.

Io sono una che ci mette un po’ a carburare. Ma poi quando parto, ciao! Così quest’anno ho deciso di partecipare ad entrambe le giornate del Social Family Day 2013: 24 e 25 maggio. E vi devo dire che non vedo l’ora.

Su mammacheblog trovate il programma e tutti gli aggiornamenti.

Non vedo l’ora di riabbracciare le amiche, di complimentarmi con le blogger che seguo, per una volta dal vivo, di parlare, ascoltare e riempirmi ancora una volta la testa e il cuore delle parole e degli sguardi delle persone che così tanto stimo.

Quando mi chiedono perché ho aperto un blog e da due anni lo aggiorno con così tanta costanza (caparbietà? cocciutaggine?) a me vien da dire solo due cose. La prima è non lo so. La seconda è per fortuna.

Che poi è la pura verità.

La prima volta che mi hanno chiamata mamma blogger mi è scappato da ridere. Fa un po’ super eroe e un po’ casalinga frustrata che usa il tablet per far le pappine al marmocchio. Non lo so se l’aver partorito e cercare di crescere contemporaneamente una Marmocchia e un blog fa di me una mamma blogger. Nel caso, a me sta bene, eh, tanto per dire.

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Non aprite quel cancello 2: #ParchettoSottoCasaVictims

 

Che uno poi potrebbe dire: Ma come, tanto orrore nei confronti del Parchetto Sotto Casa e poi ti si trova sempre lì?

È che, credetemi, quando il Parchetto Sotto Casa ti sta proprio… sotto casa, evitarlo è una vera sfida. Qui si tratta di arrendersi o cambiare casa. Perché nessun’altra alternativa pare distrarre a sufficienza la Marmocchia dal richiamo delle amichette che giocano festose al di là della rete. A niente vale promettere il parchetto, quello vero, con un meraviglioso tappeto d’erba su cui lanciarsi in corsa, paperelle, tartarughe e una varietà di pennuti da far girar la testa. Il diversivo pomeriggio dai nonni funziona solo per un breve periodo di tempo (durante il quale il Parchetto Sotto Casa viene invocato a gran voce e con tono supplichevole).

Se vi dico che ormai, quando svoltiamo l’angolo ed entriamo nel vialetto di casa, mi si annodano le budella e inizio a sentire un fastidioso prurito in ogni parte del corpo mi credete?

A 500 metri comincio con le alternative, a 300 proseguo con le promesse, a 100, colta ormai da terror-panico, vado di supplica. Che tanto poi non serve a nulla, eh. Quando tua figlia si è amicata una residente (e per residente intendo che è la prima ad entrare e l’ultima ad uscire) del Parchetto Sotto Casa, non puoi farci nulla. A qualsiasi ora rientrerete lei sfodererà il suo canto  da sirena facendovi naufragare irrimediabilmente tra le sue braccia.

Così ho preso una decisione: sono scesa a compromessi. Vuole passare il pomeriggio in quel fazzoletto di cemento con una concentrazione media di 10 nani per metro quadrato? Va bene. Io però mi dissocio, mi siedo, mi leggo un libro e me ne infischio.

Un buon compromesso no? Meditavo di passare anche all’isolamento acustico oltre che visivo. Tipo occhiale da sole, libro davanti alla faccia, auricolari con la musica a tutto volume. L’accordo è: mamma non esiste salvo contusioni gravi.

Era un buon piano. No, era un ottimo piano.

Poi è arrivato lui, piccolo Attila poco più che treenne. L’ha spinta giù dall’altalena, le ha schiacciato una mano col piede, ha preso gli occhiali da sole della sua amichetta e li ha sbattuti per terra. Uno a certe cose non ci crede se prima non le vede.

Ero a pagina tre. Tre pagine di lettura, tanto è durato il mio piano geniale.

Niente, forse semplicemente mi arrenderò. Fonderò un gruppo di sostegno, ParchettoSottoCasaVictims. Ci incontreremo al Parchetto Sotto Casa una volta la settimana, dopo l’orario di chiusura.Ci stringeremo in cerchio, l’aria dimessa e stanca di chi ha perso il sonno e le speranze.

Ciao, sono V. la mamma di A. e da una settimana mia figlia mi obbliga a passare i pomeriggi al Parchetto Sotto Casa.

Ciao V., risponderanno le altre, benvenuta!

Sono G. la mamma di B. e da quando frequento il Parchetto Sotto Casa la notte mi sveglio in preda a sudori freddi.

Forse continueremo ad odiare il Parchetto Sotto Casa. Se non altro ci sosterremo a vicenda.

Che l’inverno, a volte, pare una stagione sottovalutata lo avevamo già detto?

Buon inizio settimana a tutti, frequentatori abituali dei parchetti sotto casa e non.

 

 

 

Vi confido un segreto

Da sempre ho una tendenza piuttosto immotivata e decisamente incontrollabile a confidare le mie preoccupazioni soltanto nel momento in cui queste… non mi preoccupano più.

Faccio così ogni volta che sono spaventata per qualcosa che mi riguarda: mi rinchiudo nel più drastico silenzio stampa. E più la preoccupazione è grande, più il silenzio è totale. E più ci si avvicina al momento della verità, meno parole escono da questa bocca.

Passata l’ansia, poi, è tutto un messaggiare, telefonare, cinguettare.

Sai, sono stata molto preoccupata nei giorni scorsi. Ora è passata, ma se vuoi ti racconto il perché.

A questo punto il mio interlocutore può formulare solo due tipi di pensieri:

Epperchecavolo non me lo hai detto prima? (se mi vuole molto bene ed è sinceramente interessato alla mia vita).

Epperchecavolo me lo vuoi raccontare ora? (se gli frega na’ cippa di me e delle mie preoccupazioni e il silenzio stampa sulle mie angosce gli andava molto più che bene).

Ma non c’è niente da fare, perché a quel punto sono un fiume in piena. Provateci a cambiare discorso, che tanto in meno di tre secondi vi riporterò sulla retta via, costringendovi ad ascoltare cose di cui, sia nel primo che nel secondo caso, non fregherà più niente a nessuno.

Sono così da sempre. E non credo che cambierò, se è per questo. In generale però, se posso essere sincera, non ve lo consiglierei.

Pensateci . A chi giova? Non a me che mi ritrovo a crogiolarmi da sola nella preoccupazione più fosca (ingurgitando litri e litri di Rescue Remedy) né a chi mi sta accanto. Che non può confortarmi quando ce ne sarebbe bisogno e deve sorbirsi il racconto a posteriori in maniera passiva e totalmente priva di utilità.

Vabbè, tutto ciò per dirvi che per giorni sono stata preoccupata a livello da silenzio tombale per un cavolo di mal di schiena che mi porto appresso da mesi. Ho atteso il referto in silenzio. In silenzio, e da sola, me lo sono andata a ritirare. In coda ho pensato che sono proprio un’idiota. Che avrei dovuto chiedere a qualcuno di venire con me. O meglio, avrei dovuto aspettare l’uscita della Marmocchia dall’asilo e venirci con lei.

Si sarebbe messa a correre su e giù per i corridoi facendomi urlare (sottovoce) come una matta. Mi avrebbe raccontato la sua giornata a scuola senza prendere fiato nemmeno una volta. Mi avrebbe chiesto mille volte in pochi minuti “Quando tocca a noi? Ora? E ora? E ora tocca a noi? Ma quando tocca a noi?”. Sarebbe stato meraviglioso e totale il modo in cui mi avrebbe distratta. E alla fine avrei avuto qualcuno da abbracciare. Perché poi ti viene sempre voglia di abbracciare qualcuno.

E invece mi sono seduta da sola su una panchina fuori dall’ospedale, forse nel primo vero giorno di primavera. Mi sono guardata attorno e ho pensato che la vita è proprio un bel posto in cui stare. Che nonostante le fatiche, i piccoli problemi, i sogni che sembrano non realizzarsi mai, a me vivere piace.

Così, giusto per puntualizzare.

Ho scritto al Ninnatore: tutto a posto, pare niente di grave.

Ho chiamato mamma e papà per leggere il referto: Papà, senti un po’, te che te ne intendi di acciacchi, vedi se capisci che c’è scritto.

Ho mandato sms e whatsappate a tutti quelli che conosco: Tutto bene, niente di preoccupanteScusa ma chi sei? Non ho il tuo numero in rubrica.

Ops. Che forse poi a volte esagero proprio.

La risposta del cavolo – Barbara Summa

Oggi vi parlo (finalmente) di un libro divertente e utilissimo per tutti i genitori alle prese con i perché dei propri marmocchi. Ne avevo già parlato qui e qui di quanto mi trovi ogni volta in serie difficoltà di fronte alle domande della Marmocchia. Sudori freddi, mani appiccicaticce e impossibilità di formare frasi di senso compiuto, sono solo alcuni degli indicatori della mia scarsa capacità di far fronte ai suoi quesiti. E non siamo ancora nell’età dei perché con la P maiuscola.

Per questo trovo che La risposta del cavolo di Barbara Summa (ovvero la famosissima Mammasterdam) sia una lettura davvero indispensabile. Poi, ovviamente, le sue non sono risposte universali, ma trovo che l’atteggiamento con cui si pone di fronte alle domande dei suoi figli sia un modello molto valido con cui confrontarsi.

Il titolo si riferisce alla classica risposta alla domanda “Come nascono i bambini”. La risposta del cavolo appunto, ovvero la risposta della cicogna. Barbara (e su questo mi trovo molto d’accordo) non ce la fa proprio a dare risposte del cavolo ai suoi figli, ed è così che nasce questa guida semiseria per rispondere alle domande dei bambini su sesso e società.

E per voi che, come me, vi sentite così spesso inadeguati c’è una buona notizia. Dice l’autrice: i genitori che leggono libri come questi non saranno poi così disastrosi, per lo meno si pongono delle domande!

In questo libro troverete tante cose. Troverete una serie di domande esemplificative con relative risposte riferite all’età del bambino. Troverete diversi punti di vista e varie situazioni di quotidianità col marmocchio. Troverete alcuni errori da evitare raccolti in sezioni intitolate “Non fatelo anche voi”. Ma quel che è più importante, secondo me, è che in questo libro troverete un confronto e vi sentirete meno soli (e anche meno sbagliati, sì, a me è successo così).

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Robedamamma capitolo 22: cosa fanno i marmocchi prima di nascere

Forse dovrei smettere di fare merenda con la Marmocchia dopo scuola. No, perché questo pare essere per lei momento di profonda riflessione che sfocia in domande a carattere esistenziale dalle improbabili risposte.

Mamma, ma quando tu eri piccola come me…

Eh.

Quando tu eri piccola come me, io come facevo a stare dentro alla tua pancia.

Mi si gela il sangue e inizio a ballare sulla sedia. Nelle orecchie la sua domanda, nella testa il vuoto. Mi capita sempre così. Quando mi fa le domande e non so le risposte.

E tu non c’eri ancora, eh. Quando io ero piccolina come te, tu non eri ancora nella mia pancia.

Ah no? fa lei piuttosto contrariata. L’idea che ci fosse una vita prima della sua venuta al mondo la disturba da sempre.

E dov’ero?

E dov’eri? Eri… eri...

Provo a cercare una risposta nel buio che mi dilaga ormai nella mente. L’idea di farla stare sotto un cavolo in attesa della nascita non mi convince per nulla. E so che farebbe piuttosto senso pure a lei. Tanto meno la lascerei a vagabondare con la cicogna per anni prima della consegna.

Eri in cielo. Con tutti gli altri bambini in attesa di nascere.

Butto la prima risposta sensata (?!?) che mi viene. Forse mi sono rovinata. Perché mi coglie sempre impreparata?

In cielo? Con tutti gli altri bambini?

Gesù, davvero, se mi fai passare indenne questa, giuro che mi documento e alla prossima mi faccio trovare preparata. Davvero.

E cosa fanno i bambini mentre aspettano di nascere?

Giocano. Tutti insieme.

E dormono?

Certo, quando sono stanchi.

E mangiano?

Ehm… sì.

E chi cucina?

Ecchennesò? Sto inventando, non lo vedi? Non so quello che dico, mi pare chiaro, no?

Non cucina nessuno, perché i bimbi prima di nascere sono così piccoli che bevono solo il latte. Proprio come quando nascono.

Ah! Giusto!

Giusto? Giusto? Che fa, mi prende per il culo?

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Come due gocce d’acqua – parte seconda: una passione in comune

E dunque dicevamo di quanto la Marmocchia ed io, nel bene e nel male, ci assomigliamo. Ed è una cosa bella eh, anche se a volte inquieta un po’.

Come ad esempio quando le dico che ha la testa dura come… come… non so… come me?!? Oppure quando un moscerino le passa davanti e lei grida all’elefante scappando a gambe levate, e io (a distanza di sicurezza e dopo aver accertato che il robo orrendo si sia dileguato) la prendo in giro: Ma daaaai, era solo un moscerino (disse quella che all’alba dei trent’anni venne trovata chiusa in bagno in lacrime, perché una cimice abitava il soggiorno, pronta a lasciarle casa e tornare a vivere da mamma e papà).

Ma c’è una cosa, fra le tante, in cui assomigliarci è un vero privilegio. C’è un luogo dove ci sentiamo sempre come a casa. Un posto che a me ricorda anni duri ma estremamente vivi e che a lei sta insegnando le meraviglie dell’arte, con tutte le emozioni che si porta dietro.

Siamo stati a vedere il Mago di Oz dai Colla (non ce ne perdiamo uno, eh). La Marmocchia fa praticamente lo scaldapubblico: fa partire gli applausi e silenzia i bambini (ma più che altro gli adulti) che disturbano e non seguono. E va bè. E poi riconosce gli attori non solo sul palco, ma anche quando muovendo i fili danno voce alle marionette. Insomma, ormai è di casa.

Non so quanto davvero abbia preso da me questa passione, fatto sta che mi pare proprio una grande fortuna. Il teatro è un posto bellissimo per passare del tempo in famiglia. E in effetti noi al Teatro della Quattordicesima in famiglia ci sentiamo davvero.

Ma veniamo allo spettacolo. L’adattamento è semplice e divertente e perciò adatto anche ad un pubblico di piccolissimi (dai tre anni). Le risate sono assicurate, soprattutto con lo spassosissimo Spaventapasseri – o spaventapasserotti come lo ribattezzò la nana, interpretato da Nicol Quaglia (che lei è stata Peter Pan e Tom Sawyer ve lo avevo già detto? Che la amiamo pure?). Esilerante Stefania Colla nei panni di Oz e insieme a Cosetta in quelli dei Grassoni che con l’accento bolognese vi faranno davvero scompisciare (ho detto scompisciare? Scusate, da “Molto forte, incredibilmente vicino” non mi sono ancora riavuta). Dolcissima e di una vivacità contagiosa Dorothy (Giulia Viana), molto amata dai bimbi fin dalle prime battute.

 

Il Mago di Oz è al Teatro della Quattordicesima fino al 27 marzo. A noi è piaciuto tanto, per questo ve lo consigliamo.

Lei ed io due gocce d’acqua, insomma. Talvolta. Forse. O forse no.

E voi? Quanto assomigliate ai vostri marmocchi? Siete mica di quelli che quando è un amore Guaaarda tale e quale a me, e quando invece si comporta male vi rivolgete al vostro partner dicendo Tuo figlio…. ?

Foto: Antonella Pandini

 

La mia parola per Mommypedia: oggi

Se c'è una cosa che ho imparato, diventando mamma, è che per i marmocchi esiste solo qui e adesso. Dopo per loro non ha alcuna valenza. Vogliono giocare con te? Bene, vogliono farlo ora. Hanno bisogno di un abbraccio, di una coccola consolatoria, della tua attenzione? Vietato rimandare. Subito è l'unico momento possibile.

Soprattutto da piccoli ai marmocchi poco importa del loro, seppur breve, passato. Tantomeno si curano del domani.

Oggi è allora la mia parola del cuore, da quando sono diventata mamma.

Oggi è l'unico tempo possibile. Oggi dobbiamo amarci e non aspettare nemmeno un attimo per dircelo. Oggi dobbiamo divertirci e dare valore al tempo insieme. Oggi dobbiamo fare pace, se abbiamo litigato. Oggi dobbiamo ridere senza trattenerci o coccolarci se ci sentiamo giù.

Perché noi siamo qui, oggi!

Oggi è una parola che ha assunto vari significati da quando sono mamma e mi ha permesso di ritornare piccola e allo stesso tempo mi ha insegnato una lezione indispensabile per crescere: esiste un solo momento per essere felici e quel momento è oggi.

Di tutte le parole che ho imparato ad amare da quando sono mamma, oggi è di gran lunga la mia preferita.

Diventare genitori è un'esperienza totalizzante, che ti cambia profondamente. Cambia la tua vita, cambiano le tue giornate e le tue priorità. E anche le parole assumono significati diversi, a cui prima non avevi nemmeno pensato.

Con Mommypedia, la community creata da Prenatal, mamme e papà sono chiamati a raccontare come sono cambiati i significati di alcune parole da quando sono diventati genitori. Ironico, divertente, ma allo stesso tempo sincero e profondo, Mommypedia è un vero e proprio dizionario della maternità, alla cui realizzazione possono contribuire tutti i genitori,

Per partecipare alla community è sufficiente caricare foto o video, oppure raccontare i momenti di straordinaria quotidianità con il proprio marmocchio. I contenuti migliori verranno scelti per entrare a far parte di Mommypedia.

 



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Come due gocce d’acqua – parte prima: la capacità di non svelare le sorprese

La vertià è che quando si parla, ad esempio, di gusti musicali, penso che sia bellissimo il fatto di esaltarci per le stesse canzoni. Trovo estremamente dolce la sua capacità, identica alla mia, di innamorarsi di un pezzo e volerlo riascoltare all’infinito per giorni interi. Salvo poi detestarlo e non volerlo sentire mai più.

Adoro la sua passione per il teatro. Che quando le ho chiesto se voleva andare a vedere di nuovo le marionette, a distanza di nemmeno due settimane, sarebbe stato lecito mi rispondesse Ma sei matta? E invece ha urlato di sì saltellando per tutta casa.

Mi emoziona rivedere il mio sguardo nel suo sguardo. Timido, impacciato ma sconsideratamente allegro, sempre e comunque.

Così simili, noi due.

Ecco, poi ci sono dei momenti in cui di assomigliarci, come dire, ne farei anche a meno!

Come due gocce d’acqua – parte prima: la capacità di non svelare le sorprese.

Di rientro da scuola ci lanciamo in una sorpresa al Ninnatore decisa all’ultimo minuto: preparare il tiramisu.

In meno di 60 minuti dobbiamo sbattere uova e mascarpone, fare andare tutte le macchinette del caffè contemporaneamente e raffreddarlo a tempi di record. E poi inzuppare e disporre e ricoprire, strato dopo strato. Una spolveratina di cacao in polvere, copriamo con la stagnola, imboschiamo nel frigorifero (poi ve lo spiego, eh, come si nasconde un tiramisu di proporzioni epiche dietro un cespo di lattuga e tre zucchine). Ci giriamo e… è scoppiata una bomba in cucina. C’è mascarpone e cacao in polvere ovunque, un pavesino appoltigliato sul pavimento e il lavabo stracolmo. Dieci minuti. Ok, ce la possiamo fare. Attivo i superpoteri per rendere la cucina di nuovo splendente (dove non arrivano i superpoteri utilizzo una dote a me molto cara: imbosco!).

Dai mamma, corri, altrimenti papà ci smaga.

Ci che?

Ci sma-ga?

Ah no, amore, ci sga-ma!

Che poi non sono nemmeno sicura che volevo insegnarglielo davvero il verbo sgamare. E va bè.

Lei si occupa di dis-spiaccicare il pavesino dal pavimento, io faccio un fagotto con la tovaglia colma dei residui della qualunque e oppalallà, fuori sul balcone. E sciacqua e butta in lavastoviglie, e pulisci e asciuga le fruste, e getta la spazzatura per nascondere le prove.

Stremata osservo il miracolo compiuto, incredibilmente orgogliosa di noi. Hai visto quando ci mettiamo insieme, eh, e poi dicono che non le sappiamo fare le sorprese.

La chiave gira nella toppa e…

Papà, io e la mamma abbiamo fatto il tiramisu. Ma è una sorpresa e tu non lo devi sapere.

E non posso nemmeno arrabbiarmi. Perché credetemi se vi dico che la mia capacità di non svelare le sorprese è forse anche peggiore della sua.

Siamo due gocce d’acqua, non c’è che dire. Almeno quando si tratta dei peggio difetti.