La routine dell’amore

Sorelle

La piccola ha sfiorato i 40 per tre giorni di fila. Tutto ok, era solo la sesta malattia.

Ma, se siete genitori, sapete cosa significa trovarsi nel pieno di un’afosissima notte d’estate con in mano un termometro che segna 39.9.

L’altra mattina, dopo aver fatto visita al pediatra, all’alba, ho dovuto lasciare entrambe le bimbe dai nonni, la piccola praticamente affidata alle cure della grande, e sono corsa in ufficio. Inutile dire che il tempo non passava mai, la testa persa in mille pensieri, il cuore costantemente altrove.

Mi sono sentita avvilita, come se fosse tutto sbagliato. Mi sono chiesta cosa non andasse, a parte l’ovvia preoccupazione. Ho provato a trovare una risposta.

È che ci sono giorni in cui mi affanno tanto, eppure non mi sembra di far altro che girare a vuoto, correndo in circolo senza andare avanti mai. Capita anche a voi?

Viene sera e mi prende l’ansia di quantificare i progressi fatti, come se la vita fosse una gara a chi arriva primo al traguardo e non a chi si gode meglio il percorso. 

È che abbiamo un po’ la convinzione che si debba sempre andare avanti, che un giorno fermi è un giorno perso. Secondo me, invece, conta anche com’era fatto quel pezzo di percorso, quanti ostacoli abbiamo dovuto aggirare prima di arrivare a sera.

Che poi, non è che uno la vorrebbe dritta come una linea retta, questa vita da mamma sempre in corsa, sempre in bilico tra quello che devi e quello che vuoi. Ma forse un tantino più semplice, ecco, più semplice sì.

A girare come un criceto sulla ruota della quotidianità ci si sente costretti, è vero. Ma io, almeno per un po’, toglierei i colpi di scena e lascerei solo la routine dell’amore.

Quella quotidianità dell’accudire che può sembrare sempre uguale, sempre la stessa (e forse a volte lo è) ma, in fin dei conti, mi riempie già la vita a sufficienza. È tempo speso insieme in coccole e giochi, doveri e svago, pasti consumati occhi negli occhi e nanne intrecciati da non sciogliersi più, se non per il gran caldo.

Sono pannolini da cambiare, libri da leggere, e “vediamo i cartoni” e “andiamo al parco”, e “mamma ora è stanca: pennichella di gruppo?” (inutile dire che non dorme nessuno).

Sono le risate e le urla, i capricci e i bisticci, gli abbracci e le chiacchiere. La fatica, certo, anche quella. Anche se a volte è proprio quando a sera ti senti distrutto che puoi contare le soddisfazioni migliori, anche nella semplicità di non aver fatto nessuna grande impresa.

E poi allora, a fine giornata, specie quando ci pare di girare a vuoto, dovremmo imparare a chiederci non dove siamo arrivati, ma dove (e con chi) siamo stati. E se la risposta ci piace, allora non sarà stato un giro a vuoto.

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