Attendere, prego

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Siamo qui. Siamo in attesa. E attendere è una delle cose che nella vita, in generale, mi riesce peggio.

Sono sempre stata piuttosto impaziente. Aspettare mi rende nervosa, mi destabilizza, mi fa pensare. E pensare non è sempre una buona cosa.

Mi succede un fatto strano, ultimamente. Mi concedo un po’ di relax, metto le mani sul pancione e inizio a fantasticare. Tempo due minuti e i minuscoli pagliaccetti confettosi che abitano i miei pensieri si trasformano in mostri terribili che mi inseguono portando con sé trilioni di preoccupazioni, ansie, paure.

L’attimo prima sono in un mondo in tinta pastello che profuma di buono e quello dopo sono dentro Jurassic Park. Solo che al posto del T-Rex ci sono tutte le cose che ho scoperto di non ricordare, quelle che sono certa di non aver mai saputo fare, più bonus di terrore di varia entità. Si passa dal “sono certa che il passeggino non ci starà più nel bagaglio della mia auto” (e non è dato sapere se sia il primo a essere cresciuto o il secondo a essersi rimpicciolito col passare degli anni), al “come si lava il culetto a una bambina appena nata?” Cioè, fisicamente proprio, come la prendo? Come la giro? Come la lavo?

L’altro giorno con la Marmocchia siamo andate a fare acquisti per la sorellina. Lei ha scelto una tutina, la prima che indosserà appena nata. Vagando per i reparti, tra body e bavaglini, reggiseni da allattamento e pannolini, mi cade lo sguardo su una confezioncina carina carina sul quale sta scritto “kit per la medicazione del cordone ombelicale“. Chi, scusa?

Il panico, proprio. Cioè io questa cosa l’avevo completamente rimossa insieme, temo, a un tot di altre informazioni che forse, invece, sarebbe bene recuperare. Così ho rispolverato il quadernino con gli appunti del corso preparto al quale ho partecipato quando attendevo la Marmocchia. Pessima, pessima idea. Erano meglio i T-Rex.

Non ho ancora finito la valigia per l’ospedale. Fino a pochi giorni fa vagavo per casa con un cesto pieno di minuscole tutine profumate di fresco e liste confuse scritte su pezzetti di carta volante dove i punti in elenco si moltiplicavano a vista d’occhio.

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Ora va un po’ meglio e qualche punto è stato depennato. Solo qualche, s’intende.

L’unico lato positivo è che il panico mi sta facendo rivalutare il fatto di attendere. Cioè, non che non sia impaziente e curiosa. Ma pure se aspettiamo ancora un altro po’ va bene anche, eh.

Perciò piccoletta, vedi tu. Per me possiamo anche rimanere un altro poco pelle a pelle, cuore a cuore, in questo posto segreto dove “come per magia, tu respiri dalla stessa pancia mia” (cit.).

 

Qui la mia versione della valigia per l’ospedale

 

 

 

 

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3 comments to Attendere, prego

  • verdeacqua  says:

    è come la bicicletta, vedrai che una volta in sella le paure andranno via (per far spazio alle occhiaie 😉

    • robedamamma  says:

      Ah ah viva viva le occhiaie! 😉

  • Scaduta (no ma il secondo arriva prima, eh!)  says:

    […] E attendere, come vi dicevo, non è che mi venga proprio tanto bene. Pulisco casa ossessivamente e no, non è la sindrome del nido. Si chiama ansia. La stessa che di […]

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