13 ballerine in tutù

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C’è che lei, quest’anno, ha avuto come maestra di danza classica quella che per anni è stata anche la mia di maestra.

C’è che alla richiesta “chi di voi vuole aiutare dietro le quinte al saggio“, nonostante la repentina fuga di tutti gli altri genitori sarebbe dovuta bastare a farmi desistere, proprio questa amicizia di vecchia data mi ha fatto pensare ad alta voce “e perché no?”

C’è che era marzo, c’era il sole e l’aria frizzantina. E io ero immotivatamente ottimista.

Poi il 31 maggio è arrivato. Con l’afa, i tutù che pizzicano, le tante ore in camerino, le pipì a multipli di due con l’evidente resto di uno, il palco in pendenza, le quinte affollate, l’adrenalina, il trucco che vabbé ma solo per oggi, gli chignon, la lacca, le forcine, le scarpette e di nuovo la pipì. E metti il tutù e togli il tutù, e dobbiamo provare, e fra poco si balla sul serio, e uhhh quanta gente che c’è, e accidenti siete state bravissime, e quando arriva mamma?, e posso portarti a casa con me?

Così  lei e le sue batuffolosissime compagne hanno ballato proprio sullo stesso palco dove io e la loro maestra di danza ci siamo esibite insieme per l’ultima volta.

E se non fossero bastati il dejavu, la nostalgia del palco, dei piedi che fanno male a fine giornata e degli applausi che riempiono il cuore, la vista di questi 13 cosini in tutù, un tripudio di tulle, pailettes e piedini veloci, mi ha dato il colpo di grazia. Non so se a fine giornata ero stremata più per le otto ore di teatro con 13 bambine impazienti o per la nostalgia, nostalgia canaglia. Fatto sta che stremata lo ero davvero.

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Otto ore chiusa in un teatro con 13 bambine, sì. Sfido chiunque ad avere nel proprio curriculum prestazioni migliori.

Ho allacciato scarpe, soffiato nasini, messo cerotti, rifatto chignon, tolto e rimesso tutù, infilato calze, sfilato calze, usato spille da balia e forcine come non ci fosse un domani, laccato capelli, passato lucidalabbra, risposto con estrema serietà a domande piuttosto bislacche (“quando posso rimettermi le mutande?” per ora vince su tutte).

Ho risposto a messaggi e telefonate delle ansiosissime mamme cercando di comprenderle  (anche se io giurin giuretta che una povera sfigata chiusa in un teatro con 13 bambine sotto la sua esclusiva responsabilità non l’avrei mai disturbata per chiedere “ha mangiato tutto? ha fatto pipì? vuole farmi un salutino?”. Un po’ di pietà, per diamine!)

Ho accompagnato ai bagni sventando emergenze (questa più di tutte, a fine giornata, è l’abilità di cui vado più fiera), ricordato i turni d’entrata di 13 bambine diverse su due lati diversi del palco, osservato e fatto il tifo da dietro le quinte, abbracciato, consolato, urlato di gioia, applaudito fino a spellarmi le mani.

Ho respirato di nuovo quell’aria che un tempo mi era così familiare. Quel profumo di pece e d’amore che basta poco e ti s’impregna nel cuore. Ho ricordato e sono stata felice. Felice di essere stata su quel palco così tante volte. Felice che oggi ci sia stata lei.

Alla fine dei conti è stata una bella giornata. Pesante è stata pesante eh, ma vederle da quella postazione privilegiata è stato un vero spettacolo.

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Mi hanno detto che questa foto qui sotto sembra un quadro di Degas. Ho risposto che la mia faccia, invece, pareva sputata l’Urlo di Munch.

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