Come imparano i marmocchi, ovvero di pippitudine e improvvise abilità

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Lei ha da sempre questo modo di apprendere le cose della vita che ancora oggi, dopo tanto tempo, ci lascia piuttosto perplessi.

Diciamo che, tra l’essere una pippa e il rasentare la perfezione nella qualunque abilità, salta a piè pari tutte le fasi di mezzo.

Come ha imparato i colori: estate prima dell’inizio della scuola materna, che colole è quetto? E quetto? E quello?

Noi a rispondere: il cielo è azzurro, il prato verde, il sole giallo. E lei a indicare il cielo losso, il plato giallo, il sole blu. Ciao core.

Noi a spiegare, lei a sbagliare. Tanto che, onestamente, qualche dubbio s’inizia a insinuare.

Poi, senza preavviso né miglioramento graduale alcuno, due giorni prima dell’inizio della scuola, lei si mette a indicare i colori in tutte le loro sfumature, con una precisione e una varietà che manco Pantone, lasciandoci piuttosto increduli e confusi.

I suoi primi passi: “Ma no, figurati, ancora niente. Gattona di culo e, se proprio ispirata, ci aggiunge una gamba tesa. Questa, dalla posizione Piccolo Budda, non si schioderà ancora per molto, te lo dico io.”

Due ore dopo potevamo iscriverla alla maratona di New York.

Le sue prime parole: “Ma che, nulla proprio, sono mesi che va avanti a pappapà che, onestamente, potrebbe voler dire la qualunque. Speriamo che prima del diploma sappia almeno dire mamma e papà.”

Il giorno dopo, nel bel mezzo del suo battesimo, chiamava me, il papà e i parenti fino al terzo grado con perfetta dizione.

È bizzarro questo suo modo di apprendere e fa capire molto di come ogni bambino abbia i suoi tempi, in alcun modo paragonabili a quelli di nessun altro.

Prendete il disegno, ad esempio. Fino a poco tempo fa, come vi dicevo, ero del tutto convinta che lei, bella di mamma, avesse ereditato le mie capacità artistiche, ovvero la totale assenza delle stesse.

Ogni volta che mi mostrava orgogliosa un suo disegno, il labiale diceva “bello!“, mentre il cervello s’interrogava su a) che cosa fosse b) come liberarsene in maniera da non spaventare nessun altro, oltre me. Per dire.

Lei, da un paio di settimane, e assolutamente dal giorno alla notte, si è messa a disegnare sul serio. Cioè, a disegnare soggetti comprensibili perfino all’occhio umano meno allenato. Che insomma, c’ha ancora parecchio da lottare contro l’eredità genetica, ma vi assicuro che i “pulcini col parrucchino di Pippo Baudo” sono solo un lontano ricordo.

Quello a cui non riesco ad abituarmi è la repentinità con cui raggiunge la padronanza di un’abilità, dopo quel prolungato periodo di più totale pippitudine, durante il quale ti convinci che vabbé, se è una pippa in questo eccellerà in altro.

Ora che ha iniziato la primaria è un continuo scontrarsi con questo suo strambo modo di imparare, con i suoi tempi che sembrano infiniti, salvo poi annullarsi in pochi istanti.

Voi lo capite cos’è chiederle “Marmocchia, quanto fa 1+2?”

E, dopo averla osservata srotolare selvaggiamente tutte le dita di mani e piedi, sentirsi rispondere fiera: 9! E quasi svenire, agghiacciati dalle prospettive future. Per poi beccarla a fare addizioni e sottrazioni con i numeri fino al 20, così da un momento all’altro, senza preavviso né passaggi intermedi.

A me si sbianca una ciocca a episodio, ve lo dico.

L’ultima della serie è fresca di pochi giorni. La scorsa estate abbiamo tolto le rotelle alla sua bici. Io e lui abbiamo passato diversi pomeriggi a cercare di insegnarle ad andarci. Lui che tirava davanti, io che spingevo da dietro. E poi cambio.

Lei, immobile, i piedi fissi sulle rotelle, ci guardava piuttosto perplessa. E giù con le rappresentazioni grafiche, le teorie meccaniche, le slide sul meccanismo di trasmissione del movimento dal guidatore alla bicicletta, scomodando premi Nobel e grandi fisici.

Niente. La più totale incapacità. Finché abbandonammo il progetto in favore del monopattino. La sentite la frustrazione? Va bé.

Un anno dopo, ovvero qualche giorno fa, lei ha guardato la bici, quella stessa bici senza rotelle il cui funzionamento le sfuggiva fino a qualche mese prima. Se l’è sistemata di fianco, è montata in sella e ha iniziato a pedalare. E pedalare. E pedalare. Da allora non si è ancora fermata.


Cattura

Forse non mi ci abituerò mai. Forse continuerò a pensare, cercando di non farglielo intendere, che lei è assolutamente una pippa in una data abilità pensando che in fondo ha altre qualità. Forse lei continuerà a stupirmi o forse no.

Forse arriverà il giorno in cui si rivelerà davvero pippa in qualche cosa e sarà quello il suo tallone d’Achille. E se poco poco ha preso da me, non le basteranno i suoi di piedi per contare i talloni fetenti. E forse sarà giusto quella la volta che non me lo aspetterò.

Ma d’altra parte, si sa. Per quanto noi genitori ci sforziamo di osservare, studiare, analizzare i nostri figli, alla fine, quando ci pare di conoscerli, scopriamo che invece non li “sappiamo” per niente.

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4 comments to Come imparano i marmocchi, ovvero di pippitudine e improvvise abilità

  • barbara  says:

    Mi hai fatto morir dal ridere! Non conosco l’argomento, ma di certo l’empatia e la curiosità che sa stabilire con le persone la farà diventare una persona speciale. Questo va al di là delle tabelle tempo-apprendimento.
    Un abbraccio, Barbara

    • robedamamma  says:

      Lo spero tanto! Un abbraccio grande e grazie della visita! 😉

  • Sempre Mamma  says:

    Eh si, ognuno ha i suoi tempi.
    Io non sono ancora riuscita ad insegnargli ad allacciare le stringhe, ma è solo malavoglia!!!
    Miciomao ha quasi 8 anni!!!

    • robedamamma  says:

      Hai ragione, ognuno ha i suoi tempi e anche noi mamme li abbiamo! Le stringe? Altra storia: lui a spiegarle le orecchie del coniglio, io il coniglio che si nasconde nella tana e lei, ovviamente all’improvviso, è tornata a casa da scuola con le stringhe allacciate a modo suo (che ancora ignoro ma va bene così!)
      Baci cara

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