Il nostro posto speciale

C’è che in questa giornata un po’ funesta, per motivi noti al grande pubblico e altri noti solo al piccolo, s’aveva da esorcizzare quest’aria un po’ pesante. C’è che il pre e post scuola materna funzionano quasi peggio del durante. C’è che nel pre la Marmocchia singhiozza e si lamenta, nel durante piange e c’ha il magone e nel post urla e fa la pazza.

A me ovviamente tocca il post.

E aver recuperato la nana alle h. 13.50 ed essermi trovata alle h. 14.20 con un’insalata lasciata a metà, un passeggino fradicio e la Marmocchia con un ginocchio cionco (causa corsa sfrenata terminata con rotula sfracellata contro lo spigolo di una sedia) non mi era parso affatto un buon inizio.

E allora ho tirato fuori l’asso dalla manica, il nostro posto speciale, quello dove ci rifugiamo sempre quando il mondo là fuori non ci piace più tanto: la Biblioteca di Paesello.

La Biblioteca di Paesello nasce dalla ristrutturazione di una cascina ottocentesca e fa parte di questo circuito.

Ora, i motivi per cui io letteralmente l’adoro, tanto da aver inviato centinaia di curricula per candidarmi alle posizioni più assurde (la maggior parte devo dire inventate) o anche per essere impiegata aggratis nel fare la qualunque, vanno dall’enorme prato che la circonda, al bar con la crema di caffè più buona dell’universo mondo, all’incredibile gentilezza del personale. Ma, soprattutto, l’odore della carta sfogliata, dell’inchiostro consumato da dita e sguardi e l’atmosfera di pensieri e libertà.

La Marmocchia, dal canto suo, metterebbe di certo ai primi posti lo scivolo a forma di elefante, l’area bimbi dove può sfogliare tutti i libri che vuole senza che nessuno dica niente e il gelato panna e fragola del sopracitato bar  (non che io e la nana passiamo i nostri pomeriggi al bar della biblioteca…).

E insomma, solo per raccontarvi di questo pomeriggio che s’aveva da esorcizzare. Delle tre bambine di nazionalità ignota (e genitori pure dal momento che nessun adulto si è visto per tutto il tempo della nostra permanenza, tanto che ad un certo punto ho creduto di vederle solo io… gulp!) i cui nomi sono stati motivo di imbarazzo e sudore freddo. Sorvolo sui primi due, che non avendo alcuna vocale in mezzo ad una serie senza fine di consonanti, non sarebbero riproducibili sulla tastiera del pc. Ma il terzo…

E tu come ti chiami piccolina?”

“IBAN”

“IBAN? Iban come l’acronimo di International Bank Account Number?”

Chiedo, sperando in ogni caso non capisca la mia lingua.

Segue una specie di gioco delle tre carte con libri che svolazzano pericolosamente sotto il mio naso e sopra il crapino marmocchio.

E poi ci lasciano così, con un’alzata di spalle, un piede pestato e una riga di bava fresca sulla manica del mio maglione. E tornano da dove son venute, probabilmente da qualche luogo ameno della mia mente ormai irrimediabilmente bacata.

Ma la giornata s’ha ancora da esorcizzà. E fuori, accanto al cancello d’ingresso, c’è un trenino che ci aspetta.

Un trenino mai visto prima, con un conducente ciccione e baffuto vestito da vecchio macchinista (con tanto di foulard rosso al collo che fa epoca degli assalti alle diligenze).

Saltate in carrozza” ci esorta il  gagliardo vecchietto e non ce lo facciamo di certo ripetere (anche se io continuo a temere che anche questo sbuchi fuori direttamente dalla mia mente disturbata).

Ma dopo qualche minuto, mentre per le vie di Paesello la gente ci saluta gioiosa e la brezza ci scompiglia i capelli, l’altoparlante sopra le nostre teste inizia a trasmettere una melodia che mi sembra assai nota.

Ma dove va a finire il cielo magari dove dormi tu..”

E forse con Fausto Leali la mia immaginazione è davvero arrivata alla frutta. Ma la giornata doveva essere esorcizzata… missione compiuta!

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