23 mag 2013 8 Comments
E poi un giorno mi è successo Kamà
Come ho già ampiamente spiegato, l’obbligo di andare in piscina mi è caduto tra capo e collo come una vera punizione. Ho odiato profondamente ogni vasca, ogni minuto passato in acqua, ogni giorno che sono tornata a casa con l’odore di cloro impregnato addosso. Finchè un giorno è successo qualcosa. Un giorno mi è successo Kamà.
Kamà (al secolo Kamar o Quamar o Chamar o Xamar, non ho ben capito e sinceramente mi sono arresa al terzo spelling sebbene lui sia andato avanti a sparar vocali e consonanti per cinque minuti buoni, deducendo forse dal mio sguardo ebete che non ne avevo capita mezza e accettando poi di buon grado che io continuassi a chiamarlo Kamà, d’altra parte lui mi chiama tipo Balera o Balena). Dicevo, Kamà ha 56 anni e 8 figli (eight? ma sei sicuro? và che eight in italiano vuol dire otto, scandisco io srotolando un dito dopo l’altro nel tentativo di farlo ritrattare, ma no, ne ha proprio otto) ed è il mio compagno di vasca nella corsia dei fortemente impediti.
Kamà è un vero gentiluomo, di quelli che non se ne vedono più tanti in giro. Una volta, per sbaglio, Kamà ha sfiorato con la sua mano la mia caviglia. Da allora non credo abbia ancora smesso di chiedere scusa.
Io e Kamà pratichiamo il nuotare slow come una vera e propria filosofia di vita. Un po’ come il vivere slow o lo slow food, e richiede grande preparazione ed infinita costanza. Ché uno poi potrebbe dire E fattele due bracciate di cuore, Mettitele ste pinnette ai piedi, ma noi no. Per noi la lentezza ai limiti dell’immobilità è un vero e proprio credo.
Kamà è stata la prima cuffia che mi ha sorriso in piscina e, dopo una serie di scambi verbali fatti esclusivamente di grazie, prego e scusa, un giorno Kamà ha iniziato a parlarmi e la mia vita in piscina (ma pure fuori, eh) non è stata più la stessa.
Kamà sta studiando l’italiano ed è molto migliorato. A scuola impara il congiuntivo e il condizionale. Con me i fondamenti della lingua parlata quali vojo morì, fammelo forte e lei non sa chi sono io.
Quando non riesce ad esprimersi in italiano, Kamà parla una specie di anglo-egiziano, che pure senza cuffia, l’acqua nelle orecchie e la pessima acustica della piscina risulterebbe comunque incomprensibile ad anima viva. Ma noi a gesti ci si spiega lo stesso.
Kamà, tra una vasca e l’altra, mi dice cose che in italiano più o meno farebbero tipo I figli ti allungano la vita non tanto in giorni quanto in attimi di assoluta felicità. Oppure: La vita è quello che noi ne facciamo.
Cose così.
Per questo Kamà è diventato il mio guru da piscina. Che fa un po’ nano da giardino, ma a noi va bene lo stesso.
Kamà lancia perle di saggezza e m’illumina. Io sparo caxxate e lo rallegro. In due siamo proprio una bella squadretta. Nuoto escluso, s’intende.
Ecco, se c’è una cosa che ho imparato da tutto questo (perché c’è sempre qualcosa da imparare) è che non importa quanto disperata e senza via d’uscita ti sembri una situazione. Perché poi magari succede qualcosa. Magari, se proprio sei fortunato, può darsi pure ti succeda Kamà.

































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